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Il tramonto della condivisione: chi censura facebook

art. postato da Pin su incensurati, 10\01\2010, h. 22.41.

da l'espresso del 7 dicembre

Ed ora, un po' di pubblicità

:

INTERNET / IL TRAMONTO DELLA LIBERA CONDIVISIONEChi censura FACEBOOK

Di FEDERICO FERRAZZA

Per evitare guai, il social network ha creato un sistema di filtro sui

contenuti degli utenti. Un precedente che rischia di soffocare per

sempre il Web 2.0

I contenuti degli utenti prima di tutto. E la loro circolazione libera

per Internet senza freni e paletti. Da anni il mantra del Web 2.0 è

questo: nei blog tutti possono dire la loro, su Wikipedia chiunque può

aggiornare qualsiasi voce, su Flickr tutti gli aspiranti fotografi

possono mettersi in mostra e così via, in infinite possibilità e siti.

Ma su Facebook, una delle piattaforme di maggior successo del Web 2.0

con i suoi oltre 300 milioni di iscritti in tutto il mondo è così? Non

proprio. Negli ultimi tempi le regole di pubblicazione si stanno facendo

sempre più stringenti e nella rete degli utenti censurati non cade solo

chi viola palesemente la legge (per esempio con la pubblicazione di foto

pedoporno) ma anche chi tenta di usare la creatura di Mark Zuckerberg

(che nel 2004, da studente dell'Università di Harvard, mise in piedi il

social network) per motivi del tutto legittimi e innocui.

è quello che è per esempio successo a un utente italiano che qualche

settimana fa ha provato a condividere su Facebook la notizia del

quotidiano inglese 'The Times' (smentita dal governo italiano) secondo

la quale l'Italia avrebbe pagato delle tangenti ai talebani in

Afghanistan. Non appena ha provato a inserire il link che portava

all'articolo del sito del giornale britannico, l'account è stato

sospeso. Nessuno degli 'amici' digitali poteva più accedere al suo

profilo che non si poteva più aggiornare con l'inserimento, per esempio,

di nuovi 'status' o immagini. Il tutto perchè, come diceva il sistema,

era "stata rilevata un'attività sospetta nel tuo account Facebook, che è

stato temporaneamente sospeso come misura di precauzione".

Nelle ore successive l'account è stato riattivato. Ma per ritornare in

pubblico l'utente ha dovuto cambiare password. E soprattutto non gli è

mai arrivato alcun messaggio che gli comunicava il motivo

dell'immotivato blackout. 'L'espresso' ha dunque provato a chiedere

spiegazioni a Facebook dell'accaduto, ma dal neonato ufficio commerciale

italiano non è arrivata alcuna risposta. Neanche da Dublino, dove invece

ha sede il quartier generale europeo del social network, sono state

fornite delle spiegazioni chiare. Ma, almeno lì, abbiamo trovato un

interlocutore che ha prestato attenzione alle nostre domande. Elizabeth

Linder dell'ufficio comunicazione ha detto che, "se gli utenti trovano

sul sito dei contenuti che secondo loro violano i termini di utilizzo,

possono segnalarcelo: controlleremo i contenuti e li rimuoveremo se

opportuno". In altre parole qualcuno ha segnalato che il link del

'Times' violava le condizioni di utilizzo e lo staff di Facebook ha

ritenuto di oscurare temporaneamente l'account in questione. In realtà,

leggendo i termini di Facebook, i contenuti dell'articolo in questione

non infrangevano alcuna 'norma' del codice del social network come "Non

denigrare, intimidire o molestare altri utenti" oppure "Non usare

Facebook per scopi illegali, ingannevoli, malevoli o discriminatori".

Il problema è che quello che è successo per il link al 'Times' non è un

caso isolato. Anzi: è ormai sempre più frequente su Facebook che utenti

di tutto il mondo vedano i loro account oscurarsi. I temi che mettono di

più in guardia lo staff di Facebook (con sospensioni temporanee o

permanenti) sono tre: politica, sesso o questioni non ben definite dal

punto di vista legale come la pirateria on line.

Ma la colpa di questi oscuramenti non è solo di uno staff fatto di

persone che verificano le segnalazioni degli utenti. Facebook - visto

l'elevato numero dei suoi utenti - è infatti presidiato anche da un

sistema di software che controlla quello che gli utenti dicono dentro il

social network. E che - in maniera automatica - chiudono pagine e

utenti. è accaduto, per esempio, all'utente Paul Divertente il quale ha

fondato il gruppo 'Silvio Berlusconi Nobel per la Mafia 2010': alla fine

di ottobre Facebook ha cancellato il gruppo che contava più di 2 mila

utenti (oggi il gruppo è stato rifondato e per ora non è stato

oscurato). Anche la pagina Facebook del blog satirico Spinoza è stata

misteriosamente bloccata. E alcune settimane fa la 'scure' telematica si

è abbattuta pure sul profilo di Patrizia Vendola, sorella di Nichi,

governatore della Puglia, che ha visto il suo account bloccarsi quando

stava pubblicando del materiale elettorale. Rimanendo in Puglia, poi,

anche il profilo dell'assessore regionale Fabiano Amati (del Pd) è stato

recentemente oscurato (e poi riattivato).

"Tutti questi blocchi", dice Luca Conti, uno dei maggiori esperti

italiani di Web 2.0 e autore del libro 'Fare Business con Facebook'

edito da Hoepli, "non sono frutto di una censura 'voluta', tanto più che

nella maggior parte dei casi sono sospensioni temporanee. Il problema

riguarda i filtri automatici, necessari per il rapporto che c'è tra il

numero di dipendenti di Facebook (qualche centinaia, ndr) e di utenti".

Una situazione che però è simile a quella di altri social media come

YouTube o Wikipedia che hanno incentrato i loro sistemi di controllo sul

monitoraggio degli altri utenti. "Ma su Facebook questi sistemi non sono

completamente replicabili", continua Conti: "Su YouTube o Wikipedia ogni

contenuto è pubblico e quindi consultabile da tutti gli utenti di

Internet. Nel caso di Facebook, invece, molti dei contenuti sono privati

ed è impossibile che tutti gli utenti possano segnalare eventuali

abusi". Ecco perchè Facebook è molto attento a verificare quello che i

suoi iscritti pubblicano e nell'ultimo anno ha potenziato i suoi sforzi

in questo senso. Il controllo del social network si sta facendo sempre

più forte anche perchè deve tutelare il suo business: "Le aziende hanno

bisogno di regole certe prima di decidere di investire in una campagna

pubblicitaria su Facebook", dice Conti.

Qualsiasi sia il motivo, però, il social network più popolare del mondo

sembra non aver trovato ancora una strada efficiente (e non invasiva)

per il controllo dei contenuti dei suoi utenti. Anche quando questi -

per comunicare tra loro - usano i messaggi privati, il servizio di mail

interno a Facebook. Qualche mese fa, infatti, le comunicazioni private

di alcuni utenti sono state bloccate perchè al loro interno c'erano link

che portavano a servizi p2p per il download di materiale protetto da

copyright.

"Il punto è che Facebook non ha solo il diritto di censurare i messaggi

che ritiene inopportuni, ma in alcuni casi ne ha persino l'obbligo, per

esempio se c'è rischio di querela, perchè è corresponsabile del

contenuto", spiega l'avvocato esperto di questioni informatiche e

digitali Andrea Monti: "Dal punto di vista legale le piattaforme come

Facebook hanno due strade: o dichiarare di disinteressarsi dei contenuti

e quindi non controllarli in nessun modo, oppure, se se ne interessano,

ne sono anche responsabili. Probabilmente, per il tipo di business che

ha Facebook, i legali hanno consigliato la seconda strada".

La questione è molto spinosa e riguarda tutto il futuro del Web 2,0,

cioè della Rete fatta con i contenuti degli utenti. Perchè la

possibilità di inserire un sistema di filtro più o meno severo e più o

meno automatico rischia di diventare una prassi obbligatoria (almeno in

Italia) se passa il principio per cui la piattaforma che ospita i

contenuti in questione è responsabile di quello che vi viene immesso. A

questo proposito, potrebbe essere decisiva (perchè farà giurisprudenza)

la sentenza penale di Milano su Google Video e sui suoi dirigenti,

accusati di non aver prontamente cancellato un video in cui alcuni bulli

deridevano un disabile.

Quanto poi questi sistemi di filtro saranno intelligenti e corretti, è

tutto da verificare. Su Facebook, per esempio, la pagina del 'Comitato

Riina libero' dev'essere rispettosa delle norme del social network,

visto che è lì da mesi e conta quasi 2.800 iscritti. Che continuano a

sognare il boss mafioso "alla guida dell'Italia".

www.chip-chip.it

ha collaborato Tiziana Moriconi