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La pirateria è una semplificazione giornalistica

art. postato da Angela Delicata su smanettando, 02\11\2009, h. 19.43.

www.punto-informatico.it

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:

PI: Pirateria è semplificazione

lunedì 2 novembre 2009

Pirateria è semplificazione
La pirateria non si combatte con la sola repressione. Internet è uno sprone, il
diritto d'autore deve svecchiarsi per incoraggiare la creatività. Il contributo
del Capo di Gabinetto del Ministro della Gioventù Luigi Bobbio

Roma - I commenti dei cittadini della rete non si sono mai esauriti, il
dibattito ferve sul forum dedicato ai lavori del Comitato tecnico contro la
Pirateria Digitale e Multimediale istituito oltre un anno fa presso la
Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ma le notizie dal versante istituzionale
sono ferme ai mesi primaverili. Riprendono ora, con un contributo del Capo di
Gabinetto del Ministro della Gioventù, Luigi Bobbio (AN). Punto Informatico
riprende sulle sue pagine il testo del documento, il quale, spiega lo stesso On.
Bobbio, rispecchia anche il pensiero del Ministro Meloni.

Internet è la più grande frattura generazionale di tutti i tempi: creatività,
conoscenza, innovazione sono sulla rete, un contributo straordinario che la
gioventù italiana sta portando al rinnovamento del nostro paese, per troppi anni
ingessato nella sua capacità di fruire dei tanti contenuti culturali di cui
dispone. Internet è dei giovani e i giovani italiani devono poterne beneficiare
pienamente, a costo di rimettere in discussione vecchi equilibri e rendite di
posizione.

La "Pirateria Digitale Multimediale" è una semplificazione giornalistica
riduttiva dei veri termini del problema: la rete succede a tutti i media del
ventesimo secolo, TV compresa.
Fenomeni di illegalità sulla rete sono marginali rispetto alla portata storica
del processo e vanno comunque affrontati con gli strumenti giuridici esistenti
per tutti gli ambiti della vita civile, aggiornando il diritto d'autore, non
certo avventurandosi in leggi speciali e pericolose acrobazie costituzionali:
investiamo piuttosto sulla capacità tecnico-istituzionale di presidiare, con le
tante leggi già esistenti, l'intero processo evolutivo verso la nuova società
italiana di cui i giovani sono i principali innovatori e come tali sono da
tutelare e incoraggiare.Per l'industria italiana dei media e per la sua
competitività sul mercato globale, paradossalmente, il più grande ostacolo
all'introduzione di nuovi modelli nel mercato dei contenuti digitali è il
ritardo nella diffusione della banda larga e la scarsa alfabetizzazione
informatica delle generazioni meno giovani. Questi aspetti sono preponderanti su
fenomeni più eclatanti come la stessa pirateria di tipo "filesharing". La
frattura
generazionale nelle capacità e abitudini di consumo dei nuovi contenuti digitali
e dell'uso di internet, particolarmente accentuata in Italia, ha reso fino ad
oggi poco attraente qualsiasi investimento in nuovi modelli di offerta e
distribuzione "online" che sono invece diffusi con ampia concorrenza e con
grande riduzione nei costi distributivi in altri paesi dove la pirateria
diminuisce.

L'industria nazionale dei contenuti deve uscire dalla logica dello status quo,
investire sui talenti di internet e smettere di pensare agli aiuti statali
quando i modelli di business vecchi non funzionano più.

D'altronde la storia si ripete, come quando con le prime radio e televisioni
private e "pirate", a fronte di un mercato immaturo e chiuso, gli utenti erano
disposti ad ascoltare anche chi diffondeva illegalmente contenuti audio-visivi.
Oggi per giunta la domanda potenziale di contenuti diffusi via internet non
include per limiti infrastrutturali, come invece la diffusione delle radio e
televisioni permetteva allora, l'intera popolazione italiana.

Il "digital divide", la mancata diffusione degli accessi a internet e degli
accessi in "banda larga", penalizza ulteriormente il nostro posizionamento
competitivo nel nuovo scenario internazionale dei media digitali: l'Italia è
agli ultimi posti nelle classifiche mondiali.
È necessario porsi il problema della strategia, evitando battaglie di
retroguardia, che ci farebbero perdere la guerra, puntando, come pure alcuni
vorrebbero, al puro contenimento repressivo della rete e dei suoi utenti con un
percorso costituzionalmente tortuoso e tecnicamente inattuabile o perlomeno
inutile. Occorre, invece, puntare su una strategia dal lato dell'offerta, in
positivo e fondata sulla concorrenza, aprendo il mercato piuttosto che
restringerlo.
La parola chiave potrebbe quindi essere: "contenuti".

In una visione di sistema non dovremmo però dimenticare, come Nazione, che la
nostra condizione attuale di semplici "consumatori" di internet non può più
durare. È durata anche troppo.

Lo stato deve porsi obiettivi infrastrutturali veramente strategici, costruiamo
subito la "gigabit-internet" nazionale, una rete mille volte più capace delle
realtà ADSL esistenti in Italia, rendiamola servizio-universale, gratuito almeno
per i giovani.
La rete a banda larga può creare i posti di lavoro del futuro per liberarci dai
problemi della mobilità, dell'inquinamento, ma anche delle nuove cyber-minacce
che solo un paese tecnologicamente preparato può affrontare.

Internet può paradossalmente portare le nuove generazioni alla riscoperta dei
saperi antichi, delle tradizioni nazionali, dei valori storici del nostro paese,
de-materializzando e dis-intermediando gran parte del mondo del novecento. Ad
esempio, la filiera agricola può tornare a generare valore aggiunto direttamente
sulla rete con i consumatori, il patrimonio culturale italiano ridivenire
protagonista internazionale, i turisti scegliere nuovamente l'Italia come prima
destinazione mondiale.
Dobbiamo puntare risolutamente, anche se tardivamente, a divenire titolari di un
know-how info-logistico, ossia informatico infrastrutturale, sia a livello
istituzionale che imprenditoriale.
Occorre quindi investire nelle tante infrastrutture materiali e immateriali che
compongono la rete e rimuovere ogni facile tentazione autolesionista di
status-quo, oltre che promuovere l'alfabetizzazione digitale delle famiglie e la
consapevolezza nell'uso responsabile delle giovani generazioni.

Occorre però anche aumentare la capacità di produzione dei contenuti per
internet.
Lasciando la pirateria come problema dominante, dimentichiamo il problema più
ampio che lo contiene e che riguarda la maturità del mercato che dovrebbe essere
portata ad un livello tale da rendere la pirateria un fenomeno marginale in uno
scenario di offerte oramai internazionali. La barriera linguistica sulla rete è
superata.
A questo fine si potrebbero avviare la fruibilità e l'accessibilità di tutti gli
odierni contenuti TV, cinematografici, letterari e musicali per internet.
Fruibilità e accessibilità intese come capacità di veicolare questi contenuti
con le tecniche ed il linguaggio del nuovo medium e non come semplice
trasposizione di "format" pensati per i vecchi media. La RAI fino ad oggi ha
destinato molte risorse alla TV tradizionale e all'infrastruttura del digitale
terrestre, tecnologia ponte che esordisce ormai vecchia: queste risorse sono
state comunque un investimento cospicuo per le generazioni meno informatizzate
che internet lo usano poco e male.
È venuto il momento di tornare ad investire per i giovani, la RAI deve
velocemente spostarsi su internet, investire prevalentemente sulle tecnologie
IP, rendere fruibili sulla rete le sue teche, ad esempio con licenze del tipo
"creative-commons", alla stregua delle emittenti pubbliche europee più evolute
come la BBC.

Nel '700 inglese gli autori non avevano alcun diritto sulle proprie opere: erano
gli stampatori a detenere il diritto di copiare le opere che comperavano dagli
autori, per un tempo indefinito. Non esisteva concorrenza, i prezzi erano
arbitrariamente alti e la Corona poteva direttamente vietare la stampa delle
opere meno gradite. Il parlamento inglese decise di intervenire nel 1710 ponendo
le basi del moderno diritto d'autore anche a tutela dei diritti della società,
con un titolo molto esplicito: Copyright, An Act for the Encouragement of
Learning. Oggi i binari paralleli al copyright, ampiamente diffusi con internet,
sembrano andare nella stessa direzione riproponendo in chiave moderna l'antico
obiettivo del diritto d'autore: è il caso ad esempio dei modelli legali del
"free software", del "copyleft", del "share-alike", del "creative commons" il
cui successo mondiale sta costringendo a una profonda rivisitazione dei
tradizionali schemi editoriali e distributivi ancorati al "copyright".

Il Senato ha approvato l'Ordine del Giorno (n. G3.174 al DDL n. 1209) per
consentire la nascita di altre società di intermediazione, raccolta e
ripartizione dei compensi del diritto d'autore, impegnando il Governo affinché,
tra l'altro, si modifichi l'assetto della SIAE, si garantisca una pluralità di
operatori e una maggiore efficienza nella gestione dei diritti d'autore e si
favorisca l'ampliamento del mercato delle società di gestione collettiva dei
diritti d'autore. La costituzione del "Gruppo Giuridico Misto Creative Commons -
SIAE" così come il recente intervento della stessa SIAE in merito alla
reinterpretazione del contenuto del vigente art. 11 del Regolamento generale
SIAE in vigore dal 2007 (diritti degli autori su internet), vanno nella
direzione giusta, ma ancora troppo timidamente e forse anche burocraticamente.
Le reazioni critiche di pochi autori, riportate dalla stampa, dimostrano come il
problema sia ancora soprattutto generazionale, a fronte della stragrande
maggioranze dei giovani autori che internet lo conoscono e lo vorrebbero poter
utilizzare a pieno.

La nostra P.A., sul modello di quella tedesca, dovrebbe investire principalmente
nei software open-source disponibili, risparmiando e promuovendo i tantissimi
giovani talenti che in Italia sono superficialmente trascurati. Paradossalmente
si otterrebbe anche un esempio di come tagliare alla fonte il problema della
pirateria del software, valorizzando quella straordinaria comunità scientifica
della conoscenza "open" già pubblicamente disponibile.
Il rischio da evitare è quello di trovarsi in una sorta di autarchia mediatica
inseguendo solo opzioni repressive nel condizionamento, spesso veicolato dalle
lobby di settore, che è generato dal pur gravissimo problema della
contraffazione delle opere dell'intelletto in generale e, come fattispecie, dei
contenuti digitali.

Internet non è una merce che si blocca alla frontiera.
Internet ha bisogno di regole base, che in buona parte già ha, indispensabili al
suo funzionamento e alla sua più ampia possibile fruibilità: d'altronde internet
è anche la denominazione del protocollo tecnico che ne permette l'esistenza come
infrastruttura, ovvero una serie di regole a tutela della più ampia
accessibilità, progettate in ambito militare per condizioni limite come quelle
di un conflitto mondiale. Gli utenti di internet, specie i più giovani, hanno
bisogno di essere protetti e tutelati. Questa necessità è identica a quella
garantita da qualsiasi legge e ordinamento di uno stato moderno. Quindi non
esiste un bisogno di leggi speciali, ma semplicemente l'esigenza di sapersi
dotare di capacità organizzativa e tecnologica atta a contrastare adeguatamente
fenomeni preesistenti che oggi utilizzano anche le nuove tecnologie. In Italia
questa capacità di indirizzo è molto poco diffusa. Gli organi preposti
all'osservanza delle norme cogenti hanno scarse risorse quando si parla di
"information compliance". L'Italia è l'unico paese G8 a non essere dotato di un
organo/autorità centrale di supervisione, controllo e garanzia sulle politiche,
i diritti e le libertà fondamentali della rete.

La raccomandazione "bipartisan" del Parlamento europeo destinata al Consiglio
sul rafforzamento della sicurezza e delle liberta fondamentali su Internet
(Lambrinidis) dimostra come questo tema sia di stretta attualità nell'agenda
politica di molti paesi.
Il Rapporto Medina Ortega sul Diritto d'Autore che voleva raccomandare all'UE
l'adozione esplicita della risposta graduata ("3-strikes-and-yoùre-out")
mutuando de-facto la c.d. "dottrina Sarkozy" è stato bocciato.
Tale dottrina è stata ripresentata all'interno del "pacchetto telecom" e
nuovamente bocciata dall'euro-parlamento: la risposta graduata è stata
categoricamente bandita dall'Europa, benché tentativi di resuscitarla nella
terza lettura del "telecoms package" siano ancora d'attualità.
Ma il Parlamento Europeo è andato oltre è ha introdotto un nuovo principio
fondamentale nell'acquis comunitario: internet è diventato un diritto
fondamentale per i cittadini europei.
In un mondo dove con internet si lavora, si accede ai servizi sanitari, si vive
socialmente, si comunica e si esercitano le libertà civili, è oramai chiara la
pericolosa acrobazia giuridica della risposta graduata.

Internet ha semmai bisogno di ulteriori garanzie: uno dei principi
irrinunciabili della rete che va urgentemente sancito in via normativa è quindi
quello della neutralità della rete, anche affinché l'opzione, da alcuni
sostenuta, dell'intervento repressivo speciale per la rete (ossia ad opera di
autorità non giurisdizionali), non sia la dannosa scorciatoia al principio della
responsabilità personale degli atti compiuti, scorciatoia alternativa a rimedi
più congrui nell'alveo costituzionale delle tutele giudiziarie.
È necessario impegnare la Commissione Europea affinché il nuovo "pacchetto
telecom" preveda espressamente il principio della neutralità della rete. Del
resto il Governo degli Stati Uniti ha già iniziato a tutelare questo principio
fondamentale della rete, come anticipato dalle parole di Julius Genachowski,
neo-presidente dell'autorevole Federal Communications Commission e dall'avvio
dell'iniziativa"OpenInternet" per preservare una rete aperta e libera.

Il vero rischio in Italia è l'effetto di marginalizzazione del sistema paese
digitale. Già oggi gli investimenti esteri nell'internet italiana e
nell'industria nazionale informatica e dei media digitali sono a zero. La
giurisdizione italiana su internet è limitata, e non esiste server di stato che
possa essere schierato alla frontiera. Qualsiasi tentativo repressivo basato su
leggi speciali per internet sopprimerebbe definitivamente l'asfittica industria
italiana in cui operano prevalentemente le giovani generazioni, esponendo
definitivamente il paese alle vere leggi che funzionano su internet: quelle dei
"big media" esteri che hanno l'innovazione, le risorse finanziarie, umane,
tecnologiche e il supporto dei rispettivi sistemi-paese.

I termini "pirateria digitale" e "pirateria multimediale" utilizzati nel Decreto
istitutivo del "Comitato tecnico contro la pirateria digitale e multimediale"
(CPDM) possono apparire troppo semplici e riduttivi: quali sono i veri settori
coinvolti? Quali i veri comportamenti a rischio? Quali le future conseguenze per
le giovani generazioni? Come ricordato di recente sul Corriere della Sera:
"storicamente il riferimento normativo a cui si sono appellati i produttori di
tecnologie utilizzate per copie non autorizzate era il caso Betamax. Quando la
Sony nel 1975 lanciò il videoregistratore, le case cinematografiche, in
particolare Universal e Disney chiesero di vietarne la vendita. Il caso arrivò
nel 1984 alla Corte suprema la quale stabilì che una società non poteva essere
ritenuta responsabile per aver creato una tecnologia. Nel sistema anglosassone
basato sui precedenti questa decisione ha consentito a molte altre tecnologie,
tra cui personal computer, masterizzatori e fotocopiatrici, di resistere agli
attacchi dei proprietari dei contenuti".

È necessario in conclusione affrontare distintamente ma in modo coordinato:
1. la protezione del diritto d'autore e i connessi limiti alla diffusione della
cultura digitale prodotta soprattutto dalle nuove generazioni di autori e della
nuova conoscenza condivisa: occorre riformare il ruolo della SIAE, ancora
improntato a modelli antecedenti l'era della rete ed adattarlo ad un contesto di
crescenti conflitti d'interesse tra autori nei nuovi media ed editori
tradizionali;
2. la governance di Internet nel rispetto dei principi fondamentali della rete,
che ne delimitano la funzione stessa di servizio universale e diritto
fondamentale, ormai sancito dal Parlamento Europeo, ma non ancora
sufficientemente riconosciuta nell'ordinamento italiano e le sue nuove grandi
evoluzioni che impattano e impatteranno profondamente sulla società, l'economia
e la politica. Il "Social networking" e la convergenza media/tv, con la connessa
necessità di nuove politiche dei media (specialmente RAI) ci deve spingere a
guardare già oltre il digitale terrestre, tecnologia ponte destinata per lo più
alle generazioni meno legate ad internet. Occorre ragionare subito e solo su
contenuti per internet facendo in modo che RAI già pianifichi la migrazione
integrale della propria programmazione verso internet cui sarebbe già oggi
tenuta, in ragione del denaro pubblico che riceve.

Se sono stati investiti fiumi di denaro per la tecnologia-ponte perché non ci si
decide ad investire per le nuove generazioni che già - come ci rivelano le
statistiche - guardano sempre meno la TV? L'Internet delle cose (smart
chips/RFID) ci porta dall'ante-litteram dei telefonini tracciabili alla
sorveglianza pervasiva e ubiqua, considerando che, tra pochi anni, tutti i
nostri oggetti saranno collegati ad internet e saranno controllati da internet.
Il "Behavioural advertising" (Pubblicità basata sul comportamento degli utenti),
è poi la punta dell'iceberg di tecnologie molto più pervasive di spionaggio e
profilazione di cui si parla poco e su cui le autorità nazionali hanno le armi
spuntate. Lo stesso Garante per la Privacy non ha giurisdizione su internet.

Chi controlla? Iniziamo ad occuparcene in Italia, il Governo potrebbe dar vita
ad una commissione di garanzia per i diritti di internet composta ai più alti
livelli tecnologici e scientifici per gettare le basi di un presidio dei diritti
fondamentali inalienabili di internet da cui iniziare ad elaborare, come primo
passo, una "carta" con rango di legge. Inoltre, la Commissaria europea Reding ha
recentemente auspicato l'introduzione di un responsabile europeo per la
cyber-sicurezza. L'Italia dovrebbe quindi dotarsi di un organismo per la
cyber-sicurezza capace di raccordarsi alle strutture già esistenti negli altri
paesi europei e al futuro omologo ente europeo, per la prevenzione e la
pianificazione tecnico-istituzionale di tutte le vere minacce alla sicurezza
internet: dal contrasto alla criminalità organizzata, al terrorismo, alla
protezione delle infrastrutture critiche nazionali. In questa sede tecnica si
potrebbe finalmente affrontare con la giusta competenza e senza scorciatoie
legislative il tema delle necessarie risorse e delle giuste misure di presidio e
controllo, anche per la tutela della proprietà intellettuale su internet, a
supporto dell'attività di contrasto che è e deve restare dei preposti organi
giurisdizionali. La priorità deve essere la capacità dello stato di far fronte a
tutte le nuove sfide di cyber-sicurezza, di cui la pirateria digitale è solo una
parte: esigenze o opzioni di sicurezza raccomandate non possono prevalere o
avere una corsia preferenziale per mere finalità economiche di gruppi
d'interesse, neanche su internet. Il tema delle cifre e delle statistiche
economiche associate alle varie cyber-minacce, pirateria inclusa, deve poi
essere affrontato da organismi indipendenti.
Tale auspicato organismo nazionale per la cyber-sicurezza potrebbe ad esempio
raccordarsi con l'ISTAT per dare all'esecutivo delle cifre attendibili e non di
parte.In conclusione, lo svolgimento di attività illegali a mezzo delle rete
internet è un fenomeno direttamente proporzionale alla diffusione e capillarità
della stessa, ma non è certo rapportabile con un nesso di causa-effetto. La
violazione del diritto d'autore su internet è una parte dell'illegalità
digitale, assieme a tante altre fattispecie di illecito amministrativo o reato
penale. Qualsiasi azione di tutela legittima degli interessi e diritti degli
autori ed editori, rischia, tuttavia, di sconfinare oggigiorno ampiamente nelle
problematiche della "governance" e dei giusti contrappesi con la tutela dei
principi fondamentali della rete.
Come già avviene nelle altre nazioni del G20 e nei paesi più sviluppati, diviene
fondamentale anche per l'Italia dotarsi degli strumenti adeguati ed affrontare
senza scorciatoie e nei modi opportuni i grandi temi legati alla nuova era della
rete.

Il Capo di Gabinetto del Ministro della Gioventù
On. Cons. Luigi Bobbio