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La follia e la grandezza di Alda Merini continueranno a rapirci!

(ri)Ascoltala anche tu nell'allegato mp3!

(da vuoto d'amore)

Ed ora, un po' di pubblicità

:

Io ero un uccello
dal bianco ventre gentile,
qualcuno mi ha tagliato la gola
per riderci sopra,
non so.
Io ero un albatro grande
e volteggiavo sui mari.
Qualcuno ha fermato il mio viaggio,
senza nessuna carità di suono.
Ma anche distesa per terra
io canto ora per te
le mie canzoni d'amore.
Un audio di grande qualità ancorchè degradato dedicato ad Alda Merini ti sottopone "quando gli innamorati si parlano", "una volta ti dissi" e la canzone per Alda Merini di Roberto Vecchioni.
I contributi testuali comprendono anche un'approfondita intervista alla poetessa tratta da l'espresso.
Mario Palma

Carlo loiodice su mbx, 01\11\2009, h. 19.22.

http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/spettacoli_e_cultura/alda-merin...
a)E' morta la poetessa Alda Merini
cantò il dolore degli esclusi

MILANO - E' morta a Milano la poetessa Alda Merini. Aveva 78 anni. Era
ricoverata all'ospedale San Paolo da una decina di giorni per un tumore
osseo. Viveva
in condizioni di quasi indigenza (una scelta di vita basata su una sorta di
"noncuranza") tanto che i pasti quotidiani le venivano portati dai servizi
sociali comunali. Ha cantato gli esclusi e ha vissuto sulla sua pelle una
delle peggiori forme di esclusione: la malattia mentale. Negli ultimi anni,
per
una strana contraddizione, era diventata quasi popolare: abbastanza
frequenti le sue apparizioni in Tv dove, con la sua voce arrochita dal fumo,
diceva
sempre cose profondissime e, nello stesso tempo, del tutto comprensibili al
grande pubblico. Grazie a lei, molti si erano avvicinati alla poesie.

Era considerata la più grande poetessa italiana vivente. Nata in una
famiglia poco abbiente (il padre era impiegato in una compagnia di
assicurazione,
la madre casalinga) la Merini esordì ad appena 15 anni con una raccolta "La
presenza di Orfeo" curata dall'editore Schwarz. E, mentre già attirava
l'attenzione
della critica, la prodigiosa ragazza incontrava difficoltà nel mondo della
scuola "normale". Venne infatti respinta quando tentò di entrare al liceo
Manzoni.
Dissero che non era stata sufficiente nella prova d'italiano.

E da lì in avanti, la sua vita è sempre stata al confine tra il
riconoscimento della sua eccezionale capacità poetica e la difficoltà dovuta
alla malattia.
Malattia mentale che la portò al ricovero di un mese a Villa Turro nel 1947.
Lei stessa ne ha sempre parlato e scritto definendo la sua sofferenza
psichica
come "ombre della mente". Nel tempo ha saputo convivere con queste "ombre"
e, anzi, per certi versi il dolore che ha attraversato le è servito per
scandagliare
più in profondità l'animo umano.

Così Alda Merini ha spiegato al nostro Antonio Gnoli l'uscita dalla
malattia, in un'intervista a Repubblica : "Per me guarire è stato un modo di
liberarmi
del passato. Tutto è accaduto in fretta. L'ultima volta che sono stata
all'Istituto che mi aveva in cura per depressione mi è accaduta una cosa che
non
avevo mai provato. Una mattina mi sono svegliata e ho detto: che ci faccio
io qui? Così è davvero ricominciata la mia vita. Ho ripreso a scrivere e ho
perfino trovato quel successo che non avrei mai pensato di ottenere". Sul
successo Alda ride con voce roca e lenta e poi aggiunge: "Il successo è come
l'acqua di Lourdes, un miracolo. La gente applaude, osanna e ti chiedi: ma
cosa ho fatto per meritare tutto questo? Penso che la folla, anche piccola,
che ti ama ti aiuta a vivere. In fondo un poeta ha anche qualcosa di
istrionico e di folle. Per questo il manicomio è stato per me il grande
poema di amore
e di morte. Ma anche questo luogo oggi è distante. Mi capita a volte di
rivederlo in sogno. Io sogno tantissimo. E tra i sogni ne ricorre uno: sono
dentro
a un luogo chiuso, e io che cerco le chiavi per uscire. Forse sono
mentalmente ancora in quel luogo che mi ha ucciso e mi ha fatto rinascere.
Mi sento
una donna che desidera ancora. Oggi per esempio vorrei che qualcuno mi
andasse a comprare le sigarette. Non ho mai smesso di fumare, né di
sperare".

Fin dai primi anni del suo lavoro poetico, conobbe e frequentò maestri come
Quasimodo, Montale e Manganelli che la sostennero e promossero la
pubblicazione
di sue opere. Dopo "La presenza di Orfeo" (e alcune poesie singole
pubblicate in diverse antologie), escono "Nozze romane" e "Paura di Dio". La
Merini,
nel frattempo si era sposata con Ettore Carniti (1953) e aveva avuto la sua
prima figlia Emanuela. Al pediatra della bambina aveva dedicato la raccolta
"Tu sei Pietro" (1061).

Comincia qui un altro periodo difficile costellato di ricoveri dolorisissimi
e di ritorni a casa sempre difficili ma anche allietati dalla nascita di
altri
tre figli. Con un lungo periodo al "Paolo Pini". Dal 1972 al 1979 la
situazione, a poco a poco migliora e la poetessa torna a scrivere. E, con
grande coraggio,
racconta in poesia e prosa la sua esperienza ("La Terra Santa").

Rimasta vedova nel 1981, si risposerà con il poeta Michele Pierri (1983) e
con lui andrà a vivere a Taranto e ancora incontrerà i fantasmi della sua
mente.
Nel 1986 tornò a Milano dove ha sempre vissuto

(1 novembre 2009)

***
b)Da L'Espresso numero45

RICORDI / ALDA MERINI 1931-2009Il paradiso segreto di alda

di alda merini
La guerra. L'infanzia. I primi versi vergati sulle macerie di casa. Gli
amori. La gelosia. La famiglia. Le figlie. Il manicomio. Il denaro. La
poetessa si racconta. In un inedito testo autobiografico

Alda Merini racconta Alda Merini. Questo inedito testo autobiografico è
stato dettato

dalla poetessa alla giornalista Cristiana

Ceci nell'autunno del 2004. Alda Merini

in quei giorni si trovava in ospedale,

a Milano: non solo per motivi di salute,

ma anche perchè in quel periodo era

senza una casa. Nel corso di quasi una settimana, fumando una sigaretta
dopo l'altra, ha quindi raccontato la sua vita.

Sono nata a Milano il 21 marzo 1931, a casa mia, in via Mangone, a Porta
Genova: era una zona nuova ai tempi, di mezze persone, alcune un po'
eleganti altre no. Poi la mia casa è stata distrutta dalle bombe. Noi
eravamo sotto, nel rifugio, durante un coprifuoco; siamo tornati su e
non c'era più niente, solo macerie. Ho aiutato mia madre a partorire mio
fratello: avevo 12 anni. Un bel tradimento da parte dell'Inghilterra,
perchè noi eravamo tutti a tavola, chi faceva i compiti, chi mangiava,
arrivano questi bombardieri, con il fiato pesante, e tutt'a un tratto,
boom, la gente è impazzita. Abbiamo perso tutto. Siamo scappati sul
primo carro bestiame che abbiamo trovato. Tutti ammassati. Siamo
approdati a Vercelli. Ci siamo buttati nelle risaie perchè le bombe non
scoppiano nell'acqua, ce ne siamo stati a mollo finchè non sono finiti i
bombardamenti. Siamo rimasti lì soli, io, la mia mamma e il piccolino
appena nato. Mio padre e mia sorella erano rimasti in giro a Milano a
cercare gli altri: eravamo tutti impazziti. Ho fatto l'ostetrica per
forza portando alla luce mio fratello, ce l'ho fatta: oggi ha
sessant'anni e sta benissimo. La mamma invece ha avuto un'emorragia,
hanno dovuto infagottarla insieme al piccolo e portarseli dietro così,
con lei che urlava come una matta.

Mi chiamavano la fornaretta

A Vercelli ci ha ospitato una zia che aveva un altro zio contadino, ci
ha accampati come meglio poteva in un cascinale. Sembrava la Madonna mia
madre, faceva un freddo boia, era una specie di stalla, ci siamo rimasti
tre anni. Non andavo a scuola, come facevo ad andarci? Andavo invece a
mondare il riso, a cercare le uova per quel bambino piccolino: badavamo
a lui, era tutto fermo, c'era la guerra. Stavo in casa e aiutavo la
mamma, andavo all'oratorio, ero una brava ragazza io. Io sono molto
cattolica, la mia parrocchia a Milano era San Vincenzo in Prato. Mi
sento cattolica e profondamente moralista, nel senso che sono una
persona seria allevata da genitori serissimi, pesanti e pedanti in fatto
di morale. Non lo so se credo in Dio, credo in qualcosa che... credo in
un Dio crudele che mi ha creato, non è essere cattolici questo? Perchè,
Dio non è così? Tutti abbiamo un Dio, un idoletto, ma proprio il Dio
specifico che ha creato montagne, fiumi e foreste lo si immagina solo...
Con la barba, vecchio, un po' cattivo, un Dio crudele che ha creato
persone deformi, senza fortuna. Credo nella crudeltà di Dio. Non penso
siano idee blasfeme, la Chiesa non mi ha mai condannata. Anzi, il mio
'Magnificat' è stato esaltato, perchè ho presentato una Madonna
semplice, come è davvero lei davanti a questo stupore
dell'Annunciazione, che non accetta fino in fondo perchè lei ha San
Giuseppe.

Io pregavo da bambina, ero sempre in chiesa, sentivo sette, otto, dieci
messe al giorno, mi piaceva, però non ci vado più dai tempi del
manicomio. Ho trovato una tale falsità nella Chiesa allora, in manicomio
vedevo le ragazze che venivano stuprate e dicevano di loro che erano
matte. Stuprate anche dai preti, allora mi sono incazzata davvero. L'ho
visto accadere ad altri, non è una mia esperienza. La Chiesa è dura con
le donne, da sempre. Però oggi come sono magre e secchette le donne,
prima erano belle adipose.

Sono tornata a Milano quando è finita la guerra, siamo tornati a piedi
da Vercelli, solo con un fagotto, poveri in canna, e ci siamo accampati
in un locale praticamente rubato, o trovato vuoto, di uno
straccivendolo. E ci stavamo in cinque. Abbiamo ripescato anche mia
sorella che era partita con i fascisti, con i tedeschi, aveva imparato,
si metteva in strada, tirava su le gonne, i tedeschi andavano in
visibilio e le regalavano il pane, si sfamava così, si alzava solo la
gonna, era bellissima. In questo stanzone stavamo tutti e cinque,
accampati, con delle reti, allora sono andata con il primo che mi è
capitato perchè non ce la facevo più. Avevo 18 anni, dove dormivo
scusate? Così poi l'ho sposato, nel 1953. Era un operaio, è morto nel
1981, un lavoratore. Si chiamava Ettore Carniti, io sono zia del
sindacalista Pierre Carniti e anche mio marito era sindacalista. Un
bell'uomo. Ho avuto quattro figlie da lui. Andavamo a mangiare la
minestra da mia madre perchè lui non aveva ancora un lavoro. Poi abbiamo
preso una panetteria in via Lipari, non è che proprio facevamo il pane,
era solo una rivenditoria. Mi chiamavano la fornaretta . Ho avuto la mia
prima bambina nel 1955, Emanuela, poi nel 1958 è nata anche Flavia.
Avevo 36 anni quando è nata la mia ultima figlia, Simona, e prima ancora
era arrivata Barbara.

Un giorno gli ho rotto la testa

Le mie prime cose le ho scritte sulle pietre di casa, c'erano le case
disastrate, così mi sedevo su una pietra e sull'altra scrivevo. Con la
penna o la matita, ma forse la penna non c'era, quindi con il lapis, e
su dei fogli trovati qua e là. Avevo 15, 16 anni. Ero un'enfant prodige,
una secchiona. Fra chiesa e letteratura ho dato proprio tanto. Però
niente università perchè al liceo Manzoni mi hanno respinta in italiano
e dopo non mi hanno mai più vista. Così ho frequentato l'Istituto
professionale Solera Mantegazza. Ero un genio io, invece mi hanno detto
che ero confusa, perfino che non capivo un tubo.

Insomma ho avuto una vita normale, è dopo che è successo il patatrac. è
successo che mio marito si è innamorato di qualcun'altra, penso, ma non
ne ho mai avuto le prove, è una vita che le cerco invano. Cerco le prove
di chi abbia fatto questa cazzata, ero una ragazza troppo tranquilla,
forse lui aveva un'amante. è da lì che ho iniziato a grattarmi le mani,
una psoriasi inguaribile che ho ancora oggi: ma è un tale piacere
grattarsi che spiace rinunciarci. Lui ha incontrato un'altra donna, io
sono stata sempre molto cornuta, ma non soffrivo di gelosia. Soffrivo e
basta. Io stavo a casa con le figlie, mi occupavo della casa. Un giorno
l'ho quasi ammazzato: non tornava mai, giocava, allora ho preso una
sedia enorme, non so come ho fatto a trovare tanta forza, e gliel'ho
spaccata in testa. Gli ho rotto la testa, poi ho chiamato l'ambulanza.
Non ho mai capito come ho fatto a sollevare quella sedia, io così
gracile. Non volevo ammazzarlo, volevo dargli semplicemente una
cadregata, gli ho spaccato la testa, siamo finiti tutti e due in
ospedale, lui era molto incazzato, ma io non pensavo di essere così
forte. Mi sentivo debole. Volevo dargli una lezione, vedevo i miei figli
che pativano la fame, lui giocava, andava con gli amici e spendeva
tutto, stava via anche intere settimane. Mi è scattata l'ira, ero
stanca, che poi il panettiere guadagna molto. Era un continuo illudersi:
adesso cambia, non cambia, insomma quando è finita è stata una
liberazione quasi.

Se non ci fossero state le bambine, le mamme sono così quando ci sono
bambini, si armano di pazienza. Comandavano gli uomini a quei tempi, la
donna era succube, noi eravamo già predisposte a questa sottomissione.
Le donne hanno una posizione diversa ora, nessuno osa più picchiarle
come un tempo, io venivo picchiata molto quando lui era ubriaco, ma
sopportavo, cambierà, cambierà, invece sono cambiata io ma in meglio.
Trentasei amanti ho avuto dopo, sono tanti? Nel 1965 mi hanno ricoverata
al Paolo Pini a Milano, istituto psichiatrico: dieci anni inenarrabili
che in parte sono un buco nero, no, ricordo poco e se ricordo non
parlerei comunque. Non parlerei mai di questo alla gente. è raro
diventare un'Alda Merini, perchè tutti vorrebbero ammazzarlo il poeta,
perchè è un diverso, perchè gli altri sono invidiosi. Dicono: sì è brava
però intanto è in galera. In manicomio è stato uno sterminio, sono morti
tutti i miei amici.

In manicomio c'è la felicità

Ci davano anche gli estrogeni, e psicofarmaci a palate, mangiavamo
pochissimo, ero una larva, eravamo tutti denutriti. E oggi mi dicono che
sono sovrappeso! Non so come sia ora il Pini, so che lì ballano e
cantano, non ci sono più tornata. Mi hanno invitata ma non sono andata.
Per me è stato un miracolo di Dio essere uscita viva da lì. Ho visto
morire tanti ragazzi. Mi ha salvata mio marito che veniva a trovarmi,
perchè chi non aveva nessuno scompariva all'improvviso nel nulla. Quando
sono uscita è cominciata un'altra tragedia. Spesso mi sono detta stavo
meglio lì. Però il problema della sessualità va ridimensionato, anche se
ti riempono la testa, io posso scopare di qua, io di là; io invece non
ho fatto l'amore per molti anni, ma non ho sofferto per questo. Fare
l'amore diventa anche un'abitudine, oggi gli si dà un peso eccessivo.
Molto più male mi ha fatto il ripudio di mio marito, la mancanza di
amore. Forse quello che fa ancora più male del ripudio è la gelosia:
vedere il proprio uomo con un'altra donna, non ho mai saputo chi fosse,
ho delle supposizioni, ma nessuna certezza. Anche se la trovassi però
non le darei mai due sberle, io alla fine in manicomio ho trovato la
felicità, ho trovato la mia dimensione di donna, non ho più scritto,
grazie a Dio non ho più visto nè giornalisti nè editori: ero matta in
mezzo ai matti. Sono stati anni stupendi. I matti erano matti nel
profondo, alcuni molto intelligenti, sono nate lì le mie più belle
amicizie, ma ora sono morti tutti. Vanni Scheiwiller, fra i miei primi
editori, diceva: fra i grandi amici di Alda Merini metti anche me, che
son matto anch'io. I matti sono quelli che avrebbero dato la vita per
me. Quando sono uscita ero contenta come quando passa un mal di denti,
però i miei matti mi hanno coperto, mi hanno portato la minestra, mi
hanno coccolato, mi hanno voluto molto bene. Ero giovane, qualcuno mi
diceva: però che belle gambe che hai, dopo mi mancavano molto.

I matti sono simpatici, non così i dementi, che sono tutti fuori, nel
mondo. I dementi li ho incontrati dopo, quando sono uscita: quelli che
dicono questa bottiglia deve stare qui, come Sirchia che dice qui non si
fuma, e noi invece fumiamo. Sono italiana e sprecona, faccio solo due
tiri dalle sigarette. Fumo come una matta dai tempi del manicomio. Si
stava di un bene. In ospedale invece, al Redaelli, cominciano: si cambi
la maglietta, si faccia il bagno, che palle. Come ho fatto a rientrare
in tutte queste regoline? Ci sono rientrata il giorno in cui il
direttore del manicomio, Aldo Dubbiani, mi ha dimessa: per noi tutti è
stato un padre, era cardiopatico, noi andavamo da lui e ci chiedeva se
volevamo andare a fare un giro, poi ci dava cento lire, significava che
avevamo il permesso di uscire. Allora quando sono uscita per sempre,
prima qualcuno (non so più chi) mi ha dato dei soldi, ma non cento lire,
di più: ho capito che in quei soldi c'era il valore della libertà. Il
manicomio è una follia anche come concetto: bisogna essere matti per
fondare un manicomio. Sono andata, sono tornata a casa mia, dove c'era
ancora Ettore. Dove dovevo andare? Ancora oggi è casa mia, però la odio
un po', perchè è tutta un rebelot. Lui intanto è morto in un modo
atroce, di cancro. Sono tornata a casa dal manicomio e mio marito mi ha
detto: "Ah, sei tornata"; la panetteria l'aveva venduta, aveva cambiato
lavoro e ho passato fra gli anni più belli della mia vita. Mio marito mi
ha aiutata a tornare alla vita fuori dal manicomio, prima mi ha fatto
ricoverare poi mi ha tanto aiutata, si vede che era pentito, l'avranno
consigliato male. Poi lì non si paga, allora mettiamola lì, si sarà detto.

Dopo sono rimasta vedova, ero sola, nel 1983 ho sposato Michele, medico
e poeta tarantino: aveva 86 anni, lo avevo conosciuto da giovane, è
stato un grande amore, anche lui era un poeta, ma fra di noi non c'era
attrazione sessuale. Lui mi diceva che era solo, allora visto che
anch'io ero a Milano da sola, sono andata a Taranto da lui. Ero giovane
e vivacissima, così i figli hanno cominciato a dire che l'avevo sposato
per interesse. Quando toccavo le sue tasche erano piene di soldi,
perdeva soldi dappertutto, non ci badava, era via con la testa, forse
per demenza senile, ma era stato un grande chirurgo. Prendevo tutti quei
soldi e li spendevo, c'erano soldi dappertutto, ma quando i figli se ne
sono accorti hanno cominciato a farmi la guerra. Ha lasciato a me tutta
l'eredità, ai figli niente, hanno sofferto molto.

Odio gli euro, sono orribili

Oggi vivo con la pensione di mio marito e con il denaro della legge
Bacchelli: 6 milioni di vecchie lire ogni tre mesi, in euro bah, io li
odio gli euro, sono orribili, sbaglio sempre con i resti. Adesso
vorrebbero darmi un milione in più al mese, da quello che hanno detto, a
titolo di regalo, ma non ho ancora visto niente. Sul conto corrente non
ho niente, zero fisso. Gli editori pagano a sei mesi, io ho un agente,
il 20 per cento se lo prende lui, non mi fa neanche vedere l'assegno. Il
'Magnificat' ha venduto oltre 20 mila copie e io non ho i soldi per
l'affitto. La legge Bacchelli è un aiuto effettivamente, pensata in modo
che il poeta non debba avere problemi che lo distolgano dal suo
scrivere. Ti toglie le ambasce di pagare il telefono, l'acqua, la luce,
la casa, così poi puoi scrivere tranquillo. E va a finire che scrivi
l'Erniade, cioè la storia dell'ernia, invece dell'Iliade: è la quarta
volta che mi operano all'ernia. E sono finita in rianimazione,
terribile, un mese fa, dolorosissima, ti riempiono di farmaci, catetere,
non senti dolore, non senti niente, il brutto arriva dopo.

Dopo anni di manicomio ho cercato di dimenticare le sofferenze, anche
quelle degli altri, perchè sennò diventa un'ossessione. Se non ho voglia
di alzarmi non mi alzo, si logora la vita se ci si forza troppo. Poi ho
un altro antidoto quando mi viene la depressione, ancora adesso, vado
giù a comperare qualcosa che non mi serve, mentini, roba così, poi mi
dico, a cosa mi serve? Mi piace uno stile di vita contenuto, sobrio,
prendiamo i frati, mangiano la minestra solo. Tanto più mangiamo, peggio
stiamo.

Mi consolo con i tanti amici, tutti giovani e rispettosi, vengono da me
perchè mi vogliono conoscere e diventiamo amici. Alcuni vogliono
scrivere ma io li scoraggio. Per amore di Dio non scrivete, mi fanno
leggere le loro cose, ho i cassetti pieni, non sono un editore. Sono
giovani romantici, sognatori. Qualcuno si innamora di me. Ma come si fa?