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Da Cassano agli U.s.a. per vincere la cecità
art. postato da Angela delicata su incensuraty, 02\11\2009, h. .19.22.
Varese News del 02-11-2009
Ed ora, un po' di pubblicità
:La storia di Andrea Giani che fa il ricercatore alla Harvard Medical School:
lavora con le nano tecnoclogie per curare malattie alla retina. "Studio qui
perchè in Italia non ci sono risorse"
BOSTON. Nano particelle e cellule staminali erano due termini quasi sconosciuti
fino a pochi anni fa. Oggi rappresentano la frontiera della medicina e non c'è
giorno che non venga pubblicato il risultato di qualche ricerca. Argomenti che
sembrano lontani dal vissuto di ogni persona e che invece rivoluzioneranno la
vita e soprattutto permetteranno di affrontare sofferenze e patologie con ben
altre possibilità.
Per gli scettici basterebbe pensare alla scoperta della penicillina. Prima di
allora si moriva per una polmonite.
Uno dei centri più importanti al mondo per la ricerca scientifica è la Harvard
Medical School a Boston. Da marzo, Andrea Giani è lì a studiare le retinopatie,
ossia la prima causa di perdita della vista. Trent'anni, laureato in medicina a
Milano, ha lavorato all'ospedale Sacco e aveva già aperto un proprio studio
nella sua città a Cassano Magnago. Poi la passione per la ricerca lo ha spinto
oltre oceano. «Quando il mio professore Giovanni Staurenghi mi ha chiesto di
proseguire il suo lavoro non potevo dire di no. Era un'opportunità incredibile».
E cosa fa qui?
«Faccio ricerca sulle patologie retiniche con degenerazione maculare. Non posso
fare il medico perché dovrei sostenere diversi esami. Il progetto comunque è
quello di acquisire ulteriori competenze in materia e poi tornare in Italia. Mi
dedico quindi alla ricerca di base in laboratorio sperimentando una terapia con
le nano particelle in grado di ricostruire i vasi sanguigni malati e al tempo
stesso provare un gene che induca le cellule malate a morire da sole».
E come mai qui ad Harvard?
«Questo è un centro di eccellenza. Il professor Staurenghi ha lavorato qui con
Joan Miller che aveva scoperto la fotodinamica che era l'unica terapia prima che
si scoprissero i farmaci anti V.E.G.F. che servono a fermare le patologie
retiniche umide. Le terapie precedenti che andavano a bruciare le parti malate
facevano veri disastri. Adesso almeno con i farmaci si blocca la degenerazione».
E cosa c'entrano le nano particelle?
«Oggi abbiamo tantissime conoscenze a livello medico, ma più si va nel dettaglio
e più le cose diventano delicate. Questo vale molto per le cellule. Spesso, in
caso di patologie, è come se stessimo sparando a un moscerino con un cannone.
Magari lo prendi ma intanto fai altri bei disastri. Le nano particelle
permettono di andare sempre più nel dettaglio evitando questi problemi».
E le cellule staminali?
«Queste sono un'altra "moda" della ricerca medica, ma hanno delle potenzialità
enormi. Soprattutto in materia di retinopatia, che è una patologia degenerativa
dove finora siamo stati in grado solo di bloccare l'avanzare della malattia, e
nel caso della patologia secca non abbiamo proprio terapie. L'idea è quella di
ricercare nelle staminali un'ulteriore risposta per curare».
E a che punto siamo?
«Due mesi fa su Nature è stata pubblicata una ricerca che dimostrava che le
cellule staminali embrionali possono differenziarsi in fotorecettori e in
cellule dell'epitelio pigmentato retinico. Una scoperta importante per curare le
degenerazioni maculari e penso che lo stesso si possa provare con le staminali
del liquido amniotico»
Nasce da qui la collaborazione con il Biocell?
«Si. È stato casuale perché loro sono arrivati qui a Boston proprio quando si
inizia a ragionare su uno sviluppo della ricerca verso le staminali del liquido
amniotico. Abbiamo così avuto degli incontri e poi si è partecipato a un bando
di ricerca del ministero della sanità italiano che coinvolge il Policlinico di
Milano, la Toma di Busto Arsizio e il Biocell qui a Boston. Tutti questi in
collaborazione con la Harvard Medical School che cofinanzierà la ricerca. In
questa prima fase vorremmo provare lo stesso protocollo sperimentato per le
staminali embrionali per quelle del liquido amniotico, perché siamo convinti che
queste siano più stabili e sicure. In un primo momento faremo sperimentazione
sugli animali e se i risultati saranno soddisfacenti si potrà passare sugli
uomini».
E quali sono i tempi?
«Ci sono segnali che fanno sperare che i risultati non siano lontani. Si parla
di pochi anni».
Come mai per fare ricerca spesso si deve andare all'estero?
«È una questione di risorse economiche e di cultura. Tante cose da noi non si
potrebbero fare. In Italia esistono solo tre, quattro centri di ricerca a
livello degli Stati Uniti e ognuno di questi ha avviato pochi progetti. Basta
pensare che solo a Boston ci sono tantissime università e ognuna di queste ha
venti, trenta progetti finanziati. La ricerca con il modello animale, essenziale
per fare passi avanti, costa tantissimo anche per la cura che bisogna avere
verso gli animali stessi».
Ci sono tanti italiani?
«Non molti. Nel mio laboratorio ci sono solo io e poi tanti giapponesi e greci,
qualche tedesco, coreano, irlandese e pochi americani».
Dove vive e come si trova qui?
«Condivido un appartamento in centro a Boston. La città è molto bella e mi sono
ambientato subito. È una realtà aperta e multirazziale. In ospedale poi è facile
perché c'è un grande rispetto. Mi manca un po' la parte clinica perché qui posso
esercitarla solo alla presenza di un medico statunitense, ma intanto sto facendo
un'esperienza straordinaria».
Ogni quanto tempo torna in Italia?
«È previsto un paio di volte all'anno. Avevo anche aperto un mio studio a
Cassano, ma ora ci lavora un collega. L'anno prossimo parteciperò comunque a due
importanti convegni a Bruxelles e a Milano e sarà una buona occasione per
passare da casa».
Marco Giovannelli direttore@varesenews.it