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Navigatori spiati per sette anni
da la repubblica del 07\10\2009.
registrate le visite a ogni sito
Tutto il traffico da mobile 'catturato' fino al 2008 da tre grandi
aziende. "Gli
italiani rassegnati ad essere intercettati"
di VITTORIO ZAMBARDINO
Ed ora, un po' di pubblicità
:La privacy? Dice un dirigente dell'autorità garante: "Chiunque tra il
2001 e
l'inizio del 2008 abbia usato la rete internet deve sapere che tre tra i
maggiori fornitori di accesso del paese (Telecom Italia, Vodafone e H3g)
tre
compagnie di telecomunicazione, hanno registrato tutto il traffico da
mobile di
quegli anni. Non tutti lo facevano con la stessa profondità, e lo abbiamo
specificato nei nostri provvedimenti del 17 gennaio 2008. Non è nemmeno
detto
che lo abbiano fatto in modo continuo dal primo all'ultimo giorno. Però
quella
raccolta di dati avveniva e il pretesto era che bisognava tenersi pronti
per
rispondere alle richieste dell'autorità giudiziaria. Il punto è che
raccogliere
i dati personali in quel modo e con quella rozzezza espone gli stessi
investigatori ad errori e valutazioni sbagliate".
Insomma, cari utenti di internet di quegli anni, siete avvertiti: da
qualche
parte esisteva (e "dovrebbe" non esistere più) un complesso sistema di
grossi
hard disk sui quali c'erano gli indirizzi (URL) di tutte le nostre pagine
internet visitate. "Tutte, ma proprio tutte". Più le password che
immettevate
per entrare nella vostra mail, i codici di accesso alla banca (se il
sistema non
era protetto) e anche sì, la password di quel sito un po' scollacciato
che ogni
tanto allieta una vostra serata un po' uggiosa. Per non parlare di chat e
messaggi posta. Tutto era "captivato" e tutto era leggibile.
Ora, dal gennaio del 2008 non lo è più (e sì che resistenze da parte di
magistratura e apparati di polizia, perché si continuasse con la rete a
strascico, ce ne sono state). Non solo: in Italia è stato anche adottato il
sistema dello "Ip univoco" che rappresenta un passo avanti in materia - in
Inghilterra, dopo gli attentati del 2005, è successo qualcosa di simile
e su
scala più ampia.
Domanda: ma quelle informazioni sono poi state davvero distrutte? Questo
non lo
sa nessuno, ma il funzionario dice che non ha motivo di ritenere che non lo
siano state. E il problema della traccia e della completa tracciabilità
elettronica delle nostre vite resta, ma non è detto che sia irrisolvibile.
L'ingegner Cosimo Comella è il dirigente dell'Autorità per la protezione
dei
dati personali che ha detto queste ed altre cose al seminario
organizzato a Roma
dal "Pasion", un progetto sulla protezione dei dati finanziato dall'Unione
europea proprio nella sede dell'Autorità, con la presenza sia dell'attuale
(Francesco Pizzetti) che del primo presidente (Stefano Rodotà). Comella
ragiona
che il pubblico e i media si indignano o si allarmano per questioni anche
superficiali: "Non mi spiego perché il nostro provvedimento del 2008 che
mise
fine a quella situazione fu sostanzialmente ignorato dai giornali". Ma
qui si
apre un capitolo assai grosso: la sensibilità di ognuno di noi al tema
"protezione dei dati", non privacy, come prega di dire il presidente
Pizzetti.
Perché siamo forse un paese rassegnato: non solo al traffico, all'evasione
fiscale e all'esistenza della mafia. Ma anche all'idea che contro la
violazione
delle nostre vite non si può fare niente. Risulta da un'indagine di
opinione
mostrata al workshop. Così guardiamo con rassegnazione al fatto che le
aziende,
ormai in modo dichiarato, facciano indagini attraverso Google sulle
persone che
presentano una domanda di assunzione. Lo fanno, non è un mistero. "E' ormai
diventato quasi inutile avere un curriculum" dice il garante Pizzetti,
"Quella è
solo la nostra versione della nostra vita, poi sarà messa al vaglio di
motori e
social netwiork".
Noi italiani siamo rassegnati all'idea che internet sia intercettata e
studiata
in un modo che ci indignerebbe per qualsiasi altro mezzo. Eppure succede
ben
altro che l'intercettazione malandrina. E accettiamo in modo supino che la
politica pensi e legiferi alla rete senza rendersi conto di cosa sta
maneggiando. Pizzetti e Rodotà si esprimono in modo diverso, ma le loro
analisi
portano esattamente a questo punto: che governi e parlamenti ricorrono a
controlli e censure sempre più approfonditi e indiscriminati perché di
fatto non
conoscono l'oggetto di cui parlano.
Si può far qualcosa per impedire che un datore di lavoro ci studi su
Google e
scopra che dieci anni fa, dopo una festa di laurea, ci siamo fatti uno
spinello?
Non si può fare molto. E se la misura - sostiene Rodotà - è solo
l'autocensura,
ne deriva un danno devastante della libertà personale e di espressione.
Perché
se sappiamo di essere spiati cambiano anche i nostri pensieri".
Invece si può fare molto perché la nostra posta non sia spiata, perché
le nostre
"pagine viste" non siano spiate da chi non deve, perché il nostro
comportamento
non diventi solo e soltanto il grano che viene macinato nei mulini del
"marketing comportamentale" sul quale vengono investiti milioni di
dollari ed
euro ogni anno.
Si può fare qualcosa e una delle risposte è nel lavoro dei crittografi. La
crittografia è una branca della matematica coltivata da pochi, che viene
chiamata in causa solo quando si parla di cose militari. Ma che potrebbe
- è
l'argomento di Giuseppe Bianchi, ingegnere delle telecomunicazioni, docente
all'università Roma 2, che lavora in vari progetti Ue - trovare soluzioni
concrete ed efficaci: possiamo avere uno "pseudonimo" registrato, che
permetta
di "mostrare al vigile la patente senza dire il proprio nome". Si può
pensare a
messaggi di posta che dopo un certo periodo si autodistruggano
scomparendo dalla
disponibilità di spioni e ficcanaso. Si può pensare a sistemi che
controllino
chi scarica abusivamente contenuti coperti da copyright senza frugare
nell'attività online della persona. Serve una politica avvertita e colta. E
un'opinione pubblica che non dica: "Non c'è niente da fare".