- presentazione del sito
- Registrazione
- Eventi, mostre, convegni ed iniziative segnalate dalle aziende
- Recensioni ed articoli
- Le Mailing Lists
- La rivista Pc Ciechi
- Wiki
- Chi siamo
- Donazioni
- Un progetto degno di nota: Wintalbra
- Come navigare in questo sito
- rss
- Bancomat Accessibili sul territorio nazionale
- Contattaci
- I sostenitori di SpazioAusili
Libro revolution
L'ESPRESSO NUMERO 41, 12 OTTOBRE 2009
di Alessandro Gilioli
Dove porta la biblioteca universale di Google? A un futuro in cui ogni
titolo avrà mille forme e mille vite. Su carta e in Rete, intero o a pezzi
Ed ora, un po' di pubblicità
:L'editoria, si sa, ha un lontano debito con la sartoria, dato che le
pagine hanno iniziato a fare un libro solo quando sono state ben cucite
insieme. Non è strano allora che la parola 'snippet', molto usata da chi
si occupa di editoria elettronica, arrivi dritta dai laboratori tessili:
è lo scampolo, il ritaglio di stoffa. Qualche decennio fa il termine è
passato all'informatica (a indicare il frammento di un codice sorgente)
e di lì è arrivato alla sua terza vita, quella che lo sta facendo
diventare comune a tutte le lingue: snippet è anche lo stralcio di un
libro messo gratuitamente on line. Di solito l'introduzione, un
capitolo, o solo l'indice.
A cosa serve pubblicare sul Web uno snippet? Ancora con precisione non
si sa. Molti editori però hanno messo in Rete gli snippet dei loro
titoli - chi con avarizia, chi con più generosità - per vedere l'effetto
che fa: cioè se alla fine vende di più o di meno, se viene promozionato
o cannibalizzato. Un modo come un altro per affrontare l'ignoto, cioè il
futuro del libro nell'era in cui tutto è digitalizzato e circola
liquidamente nel Web. Un tema attorno al quale da qualche mese stanno
volando gli stracci, e non potrebbe essere diversamente visto che sono
contemporaneamente in gioco interessi industriali e una questione
rilevante come la diffusione del sapere.
Partiamo dai primi. Una multinazionale come Google sta digitalizzando 15
milioni di libri (ed è già a due terzi del lavoro) prendendoli dalle
maggiori biblioteche del mondo per metterli on line. L'obiettivo è
quello che hanno sempre avuto a Mountain View: fare di Google l'hub
universale della conoscenza via Internet. Su alcuni di questi titoli,
circa il dieci per cento, non ci sono litigi perchè non più coperti da
diritti d'autore. Il problema sono gli altri, soprattutto quelli ancora
sotto copyright ma introvabili sugli scaffali delle librerie: sei-sette
milioni di volumi. Secondo Google renderli disponibili al pubblico è
cosa buona e giusta, perchè consente la famosa 'coda lunga' grazie alla
quale chiunque potrà comprare i titoli fuori catalogo, rari, di nicchia.
In teoria agli editori l'idea di fare ancora un po' di soldi con libri
che ormai non fruttavano più niente ovviamente piace. Ma poi ci si è
accapigliati sul come: conviene davvero dare tutto a Google e prendersi
un forfait? O è meglio mettere i testi in vendita per conto proprio? E
se si accetta il forfait, quanto deve essere? E gli snippet che Google
mette gratis on line quanto devono essere ampi? Eccetera.
Sembrano technicalities ma si sta litigando parecchio, con l'aggiunta di
ulteriori complicazioni: ad esempio, gli editori europei fanno le bizze
e rifiutano un accordo come quello proposto da Google ai loro omologhi
americani. Sempre in Europa, i governi sono perplessi all'idea che il
patrimonio culturale del Vecchio Continente diventi patrimonio di un
sito Usa. Mentre alcuni concorrenti di Google - tipo Amazon, Yahoo! e
Microsoft - si rivolgono all'Antitrust per fermare quello che secondo
loro è un progetto monopolistico.
Ma se gli addetti ai lavori sono persuasi che alla fine la questione
delle 'code lunghe' si risolverà - in fondo conviene a tutti -
altrettanto diffusa è la convinzione che lo scontro in atto sia solo un
piccolo antipasto di quello che accadrà domani, quando tutti i libri
(compresi quelli usciti da poche ore) inizieranno a circolare
liquidamente sul Web, con infinite copie realizzate in pochi secondi e
successiva disponibilità degli stessi in ogni angolo della Rete, dai
siti peer-to-peer ai social network.
Qualcuno immagina un replay di quello che è accaduto alla musica: una
fase di pirateria selvaggia e una, successiva, in cui le copie illegali
e quelle autorizzate finiscono per convivere nel Web. Ma la storia di
Internet insegna che niente si ripete mai allo stesso modo, soprattutto
se diversi sono i contenuti e i suoi fruitori. E il fatto che ora si
parli di libri - strumenti di sapere e di emancipazione sociale e
civile, non solo di entertainment - andrà inevitabilmente a mettere in
dubbio anche a livello politico il concetto stesso di proprietà
intellettuale.
In fondo non è che il copyright sia sempre esistito: è nato alla fine
del 1500 in Inghilterra come 'privilegio di stampa' dei tipografi e si è
esteso agli autori solo nel Settecento, quando è stata elaborata la
dottrina della proprietà intellettuale. Insomma, il copyright così come
lo conosciamo è frutto di una precisa tecnologia (la stampa su carta) e
di un'epoca economica (l'affermarsi della borghesia). A una tecnologia
diversa e un'epoca economica differente può corrispondere senza scandalo
una diversa visione della proprietà intellettuale.
Di qui la nascita, negli ultimi anni, della cultura hacker e dei partiti
dei pirati, che in Italia sono ancora considerati un fenomeno
folcloristico ma nel Nord Europa vanno aumentando i loro consensi,
specie nelle fasce più giovani. Il movimento dei pirati, nato in Svezia
nel 2006, è diventato in pochissimo tempo la terza forza politica del
Paese e quest'anno ha superato il 7 per cento dei voti, esprimendo il
suo primo parlamentare a Strasburgo. Sconfinato rapidamente in Germania,
il Piratenpartei ha ottenuto un due per cento alle politiche: ma se
avessero votato solo i neoelettori, i diciottenni, avrebbe preso il 13
per cento.
I temi che pone questo movimento sembrano ineludibili: la diffusione del
sapere è il primo obiettivo di ogni società, quindi il compito della
politica è rimuovere gli ostacoli a questa diffusione, e anzi
incentivarla. Come? Più banda larga, più infrastrutture digitali e più
educazione al Web, certo, ma anche meno diritti d'autore. Perchè secondo
i pirati se alla fine si fa il conto dei vantaggi e degli svantaggi una
società si sviluppa di più - anche in termini economici, di ricchezza -
quando il sapere circola liberamente.
Utopia, eversione, anarchismo? Neanche tanto: se si sfrondano le opzioni
dei pirati da un po' di ideologismi, ci si trova molto buon senso. Lo ha
spiegato, appena arrivato all'Europarlamento, lo svedese Rick Falkvinge
rivolgendosi ai colleghi in aula: "Scusate, ma se le biblioteche
pubbliche prestano titoli cartacei coperti dal diritto d'autore a titolo
gratuito da un secolo e mezzo, mi sapete spiegare perchè lo stesso non
debba poter avvenire, per uso privato, anche on line?". Di qui una serie
di richieste altrettanto pragmatiche, come la punibilità per la
violazione del copyright solo se questa viene realizzata a scopi
commerciali e l'abbassamento a cinque anni della durata della proprietà
intellettuale: un modo, secondo Falkvinge, per consentire agli autori di
ottenere un equo compenso liberando tuttavia l'opera al pubblico dominio
in un tempo breve.
Tutte idee che fanno venire i brividi alla schiena agli editori, ma che
iniziano a essere discusse con meno paura proprio tra coloro che in
teoria dovrebbero essere i maggiori beneficiari della proprietà
intellettuale, cioè gli autori. Al contrario di quel che avviene nella
musica, nella maggioranza dei casi i creatori di opere letterarie
(romanzi, saggi o altro) pensano che i ricavi economici immediati non
costituiscano il loro principale 'ritorno' dalla pubblicazione. E che
gli appagamenti derivanti dalla propria opera siano spesso indiretti,
variando a seconda dell'autore e dello scopo del libro: si va dalla
semplice soddisfazione di aver fatto circolare le proprie idee
rendendole materia di dibattito civile e politico, alla carriera
accademica, alla notorietà-vanità personale, fino ai benefici indiretti
di tipo anche economico derivanti dalla notorietà.
Di qui la possibilità che la prossima diffusione di e-reader (i lettori
elettronici di libri, come il Kindle di Amazon che sta per arrivare in
Europa) e la conseguente esplosione dell'editoria libraria on line porti
a scenari diversi da quelli che hanno caratterizzato il destino della
musica in Rete.
Con gli autori di libri che - a fronte di qualche pionieristica case
history in cui un volume liquidamente circolante on line porti notorietà
e vantaggi indiretti più attraenti e rilevanti rispetto al semplice
copyright - tendano gradualmente a liberarsi di loro volontà
dall'intermediazione di un editore. E con l'ipotesi che l'attuale
proprietà intellettuale - rigida e lunghissima - vada frammentandosi in
una galassia infinita di forme per quanto riguarda non solo la durata,
ma molto altro, compreso l'uso che ne farà il fruitore. Esempi di queste
sfumature sono già oggi offerti dalle cosiddette licenze Creative
Commons, che hanno al loro interno tante possibilità di licenze diverse.
E siccome non è detto che il libro cartaceo debba morire- come la tivù
non ha ucciso la radio, eccetera - è possibile che l'intera editoria
libraria vada caratterizzandosi proprio per la sua estrema biodiversità:
libri cartacei rilegati (come ora) e venduti soltanto off line; libri di
carta che però hanno un'edizione completa anche in Rete; libri di carta
che on line hanno soltanto qualche capitolo; libri che vivono prima solo
su carta e, qualche anno dopo l'uscita, solo in Rete; libri sul Web che
chiederanno di essere pagati in tutto o in parte; libri in Internet che
invece saranno gratuiti in nome della circolazione delle idee; libri
digitali che però ci si potrà stampare e rilegare 'on demand'
all'università o nella copisteria più vicina (Google ha appena
presentato la sua Espresso Book Machine proprio a questo scopo). E così via.
Tutto molto 'su misura', tutto ritagliato sia sull'autore sia sul
lettore: perchè evidentemente è destino che l'editoria abbia un debito
con la sartoria.
ha collaborato Alessandro Longo