Salta al contenuto principale

Intervista ad Evelina Chiocca, presidente Coordinamento insegnanti di sostegno

art. postato da Angela Delicata su listavista, 09\10\2009, h. 00.01.

http://www.foai.it/foaipubblico/jsp/rubriche/default_one.jsp?id_rubrica=...

Ed ora, un po' di pubblicità

:

Il più è stato fatto, quindi possiamo stare sostanzialmente tranquilli. No.
Le cose non stanno esattamente così per quanto riguarda l'integrazione
scolastica dei disabili. Ne parliamo con Evelina Chiocca, presidente del
CIIS, Coordinamento Italiano degli Insegnanti di Sostegno.

di Antonio Leone versione stampabile

Il processo dell'integrazione, da tempo avviato, non è ancora concluso e
ogni decisione che ne rendesse più difficile il cammino suonerebbe come una
sconfessione, un tentativo di imporre uno stop e di fare marcia indietro.
Inizia un nuovo anno di studi e le famiglie di molti disabili vivono con
preoccupazione il ritorno a scuola dei loro figli. Dovrebbero sentirsi
rassicurati, leggendo le Linee Guida per l'Integrazione Scolastica degli
Alunni con Disabilità, appena pubblicate, accompagnate da una premessa che
non lascia dubbi: "Esse -le linee guida- mirano a rilanciare il tema in
questione, punto fermo della tradizione pedagogica della scuola italiana, e
che tale deve essere anche in momenti di passaggio e trasformazione del
sistema di istruzione e formazione nazionale".
Ma i commenti a queste linee guida sono cauti e, da voci autorevoli, si
afferma che "il documento può essere considerato non già un punto di arrivo
delle politiche scolastiche, quanto un punto di partenza per un rilancio di
una maggiore qualità dell'integrazione scolastica".
In questa situazione, diamo la parola a chi rappresenta gli insegnanti di
sostegno, a Evelina Chiocca, Presidente del CIIS, organismo di coordinamento
di questa categoria di docenti.

L'insegnante di sostegno è una figura indispensabile nelle classi che
accolgono alunni disabili. L'anno scolastico comincia e non mancano le
reazioni di familiari e associazioni di fronte ad una scuola che appare in
ritardo nell'organizzarsi o già fa intendere che si è data regole più
elastiche proprio per il sostegno. Cosa allora, in questa situazione,
rassicura l'insegnante di sostegno rispetto al ruolo che è chiamato a
svolgere e cosa invece lo preoccupa?
Se dovessi dire cosa ci rassicura oggi, farei fatica a trovare una risposta,
perché, in realtà, prevale "ciò che preoccupa". Siamo preoccupati perché
abbiamo classi particolarmente sovraffollate e, in molte di queste, sono
inseriti più alunni con disabilità. Siamo preoccupati per "come" assicurare
a tutti gli alunni con disabilità ed anche ai compagni di classe un
intervento didattico adeguato e individualizzato, che consenta loro il pieno
esercizio del diritto all'istruzione e all'educazione. Siamo preoccupati per
la drastica riduzione delle ore di sostegno didattico: ci sono casi ai quali
sono state assegnate 3 ore!!!. Si parla tanto di interventi
individualizzati, di attenzione al singolo, di centralità della persona: ma
come è possibile realizzare questo se lavoriamo in classi sovradimensionate?
Vale per tutti i docenti: curricolari e per il sostegno! Ma mi metto anche
nei panni di come i curricolari possano arrivare a tutti gli alunni nelle
ore in cui non è presente l'insegnante di sostegno.

Più disabili, più insegnanti di sostegno?
Il numero degli insegnanti per il sostegno è uguale a quello del precedente
anno scolastico: il Ministero non ha tagliato. Però, a fronte di un reale
aumento del numero degli alunni con disabilità, non ha provveduto ad
assegnare ulteriori risorse. E così, per far quadrare i conti, le ore di
sostegno didattico vengono "spalmate" indipendentemente dai bisogni di
ciascun alunno: l'importante pare che sia unicamente il rispetto della
"media nazionale" di un insegnante ogni due alunni. Perché nell'opinione
pubblica è questo il messaggio che passa! Nella realtà, e noi lo sappiamo
perché nella scuola ci lavoriamo, le ore di sostegno didattico sono
drasticamente ridotte: registriamo casi ai quali sono state riconosciute "3"
ore settimanali! Ci sono casi che lo scorso anno fruivano di 18 ore e quest'anno
ne hanno 7 o 6. In questa situazione può dirsi fortunato, ma è un eufemismo,
se nel "taglio" delle ore qualche caso riesce ad assicurarsene 14 (a fronte
di un bisogno di 22). Ma se la coperta è stretta e ognuno tira, gli
scontenti aumentano.
Manca dunque una calibratura, la cura cioè di un rapporto reale tra bisogno
e disponibilità delle risorse. La prima conseguenza riguarda il disagio per
l'alunno, cui vengono assegnate risorse non sulla base dei bisogni e delle
necessità, ma su criteri numerici; altra conseguenza di queste scelte
riguarda la difficoltà in cui si trovano ad operare gli insegnanti a scuola:
il sovraffollamento e più alunni con disabilità inseriti nella stessa classe
rendono difficile una scuola di qualità. Il docente curricolare, impegnato
su più fronti, è messo in condizioni di non poter erogare una didattica di
qualità e ancor meno di individualizzare gli interventi. Come può un
insegnante rispondere a più di 30 alunni contemporaneamente? E i 3 o più
alunni con disabilità inseriti in questa classe, come potranno essere
seguiti individualmente dal docente curricolare nelle ore in cui non è
presente l'insegnante di sostegno? È vero che la presa in carico è dell'intero
consiglio di classe o del team dei docenti: in presenza di una carenza di
risorse alla fine chi paga sono tutti gli alunni.

Indicativamente, fino a quanti disabili per insegnante di sostegno si può
arrivare?
La norma prevedeva il rapporto 1:138, salvo deroghe, abrogato con la
finanziaria 2008, con la quale è stato introdotto un nuovo criterio: il
rapporto insegnante per il sostegno e alunni con disabilità deve soddisfare
la "media nazionale" di un insegnante ogni due alunni.
Sulla base del rapporto 1:138, si registrava un insegnante ogni due alunni
(se con deroga) o uno a uno nei casi gravi. Tuttavia è capitato, anche negli
anni precedenti, che in alcune scuole ci fosse un insegnante per il sostegno
ogni cinque o sei alunni. Mi auguro che non si ripetano questi numeri. Ma
quest'anno le notizie che arrivano non sono confortanti . già ora
registriamo nella scuola primaria un rapporto di uno a tre; nella scuola
secondaria di uno a quattro ... Ovviamente per alcuni casi il rapporto può
essere di uno a due e di uno a uno in casi ancor più rari. In questi giorni
ad Alessandria - ne hanno parlato i giornali - l'USP (Ufficio Scolastico
Provinciale) è impegnato a ridistribuire le ore, mentre il numero degli
insegnanti resta inalterato. Ma non è l'unico Ufficio oberato da questo
impegno.

Gli insegnanti di sostegno sono interlocutori ascoltati dal ministero?
No.

La Convenzione Onu, le Linee Guida, la tradizione italiana in questo campo,
tutto lascerebbe pensare che chi opera per l'integrazione sia tenuto in una
considerazione sempre maggiore.
A noi, individualmente presi e come associazione, preme che la
considerazione massima sia riservata prima di tutto agli alunni e ai loro
diritti e che, quindi, l'integrazione non venga strumentalmente utilizzata
per vantarsi ("Guarda come siamo bravi"). Vorremmo invece che l'integrazione
entrasse nel DNA del contesto sociale italiano. Noi possiamo rimanere
inascoltati, ma che almeno non si adottino politiche contro l'inclusione!

Il sostegno, come prospettiva di insegnamento, sembra uno sbocco facile,
diciamo pure un ripiego temporaneo. Ma, alla fine, chi rimane, chi insiste,
chi si qualifica in questo servizio?
Lei tocca uno dei nodi più critici. Per molti insegnanti, purtroppo, il
sostegno è la "soluzione facile" per assicurarsi un posto di lavoro. Io
ricevo molte lettere da parte di chi ragiona in questo modo: "non riesco a
insegnare per cui ho pensato che forse è il caso che entri nella scuola con
il sostegno".
Al di là del discorso "facilità" che andrebbe contenuto, quello che si
evidenzia è la "mancanza di una cultura dell'integrazione". Prevale l'interesse
personale. Gira quindi l'idea che se non si riesce da una via, si prende la
"scorciatoia". E questo mi indigna. Perché, ed è bene ricordarlo, l'insegnante
per il sostegno è prima di tutto un insegnante che, in quanto tale,
attraverso un "corso di formazione aggiuntivo" acquisisce il titolo che gli
consentirà di essere iscritto all'elenco di sostegno e, quindi, di essere
utilizzato su "posto di sostegno". È tutt'altro che un ripiego. È un ruolo
che richiede professionalità e che deve essere ricoperto con competenza.

Chi rimane e chi lascia?
Ci sono molti che utilizzano il sostegno come una scorciatoia, come un
trampolino, come un passaggio provvisorio e che appena possono, lasciano. Ma
ci sono anche insegnanti che, una volta trasferiti su posto comune o sulla
disciplina, offrono un servizio all'inclusione scolastica eccellente.
Il passaggio non è di per sé negativo. Bisogna vedere cosa si fa dopo,
quando ci si occupa delle discipline. Se questo significa rinnegare il
passato, professionalmente ed eticamente va stigmatizzato. Se invece
significa operare con impegno a favore dell'inclusione scolastica, allora il
passaggio è positivo.
Vorrei aggiungere che gli insegnanti di sostegno spesso sono anche loro
"perdenti posto". Entriamo in un campo complicato, fatto di conteggi,
graduatorie, etc., ma in sostanza parliamo di docenti che, risultando
"perdenti posto" per non essere trasferiti in scuole magari lontane dalla
propria famiglia, transitano su posto comune o su posto disciplinare. Alcuni
chiedono poi di essere utilizzati su posto di sostegno, qualora si
presentassero nuovi casi nella scuola oppure restano su posto comune. Come
dire che talvolta la contingenza impone delle scelte. Si perde il posto
perché l'alunno si trasferisce oppure perché qualche collega con dei "punti
in più" si trasferisce nella scuola dove lavora quel docente. Si tratta di
logiche esterne alla scelta di restare o di lasciare.
Quello che dovrebbe indurre ad una riflessione è la continuità
educativo-didattica, non sempre assicurata anche per queste situazioni.

A rendere più complesso il quadro c'è il fatto che gli insegnanti per il
sostegno non sono tutti di ruolo.
La metà infatti sono docenti precari. Come dicevo prima, la presenza
consistente di insegnanti precari ha ricadute rilevanti sulla continuità
educativo-didattica con gravi conseguenze per il processo di inclusione e
per tutta la classe. Il tourn-over talvolta si presenta nel corso dello
stesso anno scolastico (nel caso in cui le graduatorie vengono completate
dopo l'apertura delle scuole. È capitato, è un aneddoto ma sicuramente ce ne
saranno molti altri ancora, che gli insegnanti siano stati avvicendati a
metà anno scolastico .).

La specializzazione.
Per quanto riguarda scuola secondaria di primo e secondo grado, attualmente
abbiamo le SSIS in fase di chiusura. Per la Primaria e per la scuola dell'Infanzia
è attivo il corso di laurea in scienze della formazione primaria: dopo la
laurea, o durante come fanno alcune università, è possibile frequentare un
corso aggiuntivo di 400 ore. Nelle nuove misure per la formazione iniziale
degli insegnanti viene ricalcato il modello del "percorso aggiuntivo". Noi,
ed è opinione condivisa, riteniamo che la formazione debba comprendere, per
tutti coloro che aspirano all'insegnamento, anche le tematiche dell'inclusione:
non tanto perché nelle classi possono esserci alunni con disabilità, ma
perché in trenta anni abbiamo capito che la didattica è migliorata per
tutti, grazie alla presenza degli alunni disabili.
Quindi far acquisire competenze in questo campo significa dotare gli
insegnanti di un bagaglio culturale e non solo, con cui affrontare le sfide
di classi, caratterizzate dalla complessità e dall'eterogeneità dei bisogni.

Alleanza con i genitori, alleanza con gli altri insegnanti: quale più utile,
quale più possibile?
Utili entrambe. Possibile pure. Dipende tuttavia dalla disponibilità degli
uni e degli altri. In una logica sistemica in cui operiamo e agiamo, tutto
deve interessare tutti. In ogni caso le famiglie non debbono accontentarsi
delle ore di sostegno didattico, ma devono anche pretendere ed esigere
docenti professionalmente preparati. Gli insegnanti a loro volta debbono
considerare la famiglia come una risorsa con la quale intessere azioni di
supporto e di aiuto: intendendo per famiglia non solo quella dell'alunno
disabile, ma tutte le famiglie della classe e della scuola, perché il
processo di integrazione chiama in causa tutti.

Avete in programma per la fine di ottobre un seminario nel corso del quale
costruire rapporti più forti con associazioni di genitori.
Questo seminario è volutamente orientato ad attivare un dialogo che porti
prima di tutto il mondo della scuola a prendere posizione. Sul mondo
scolastico piovono dall'alto moltissimi e continui provvedimenti, che di
pedagogico non hanno nulla. La presenza dei genitori può dare un contributo
importante alla definizione di una piattaforma con la quale vorremmo non
solo rilanciare l'integrazione, che vediamo pericolosamente cambiante rotta,
ma promuovere una azione che dia il "la" ad una interazione fattiva, ad una
vera alleanza. Penso che la scuola debba riappropriarsi dei propri compiti
pedagogici e didattici, penso al cammino dell'integrazione, ma penso anche
ad una componente politica che riveda le posizioni assunte fino ad oggi con
i provvedimenti finora emanati.
Le scelte compiute possono indurre a perpetrare o a introdurre cattive
prassi. Recentemente alcune scuole hanno individuato come innovativa la
realizzazione di laboratori "riservati" ai soli alunni con disabilità.
Pratica stigmatizzata dalle recenti Linee guida per l'integrazione degli
alunni con disabilità del MIUR. Tuttavia la presenza,oggi, di più alunni
disabili nella stessa classe potrebbe indurre a pratiche di questa natura.
Pratiche denominate "progetti", quando in realtà escludono e richiamano le
classi speciali. Ci dobbiamo ovviamente salvare da questo genere di
innovazioni. L'integrazione è altra cosa. Non vogliamo tornare indietro.
Certo in Italia esistono ancora scuole speciali. E ci sono pure centri di
formazione professionale, deputati all'assolvimento dell'obbligo scolastico,
ai quali leggi regionali impongono di accogliere solo alunni disabili.
Se la scelta è l'integrazione, non possono esistere realtà in cui gli alunni
disabili vivano separati dai loro coetanei. L'apprendimento è un'attività
sociale e deve essere condiviso con i pari, all'interno di contesti comuni.

La scuola italiana a confronto con la scuola degli altri paesi europei.
L'integrazione, come noi la conosciamo in Italia, non avviene nello stesso
modo nel resto d'Europa. Altrove prevalgono le "scuole speciali". Quando fra
i vari paesi europei vi è un confronto sulle pratiche scolastiche e noi
presentiamo il nostro sistema "integrante", spesso non veniamo capiti e vi è
sorpresa nelle espressioni dei colleghi europei quando li informiamo del
fatto che gli alunni con disabilità intellettiva sono inseriti nelle classi
comuni. È vero che in Europa ci si preoccupa della disabilità, come dimostra
la forte attenzione rispetto alle pari opportunità, alla non-discriminazione
o all'inserimento lavorativo. Ma è alla disabilità fisica che si guarda
soprattutto. Per gli interventi educativo-didattici nei confronti delle
persone con disabilità intellettiva siamo soli sullo scenario. E se poi
dovessimo cedere anche noi .
La disabilità non può essere più considerata come un problema: essa è
componente della società stessa. Se si partisse dall'individualità, dalla
irripetibilità del singolo, dalla irriducibilità dell'essere umano, la
prospettiva sarebbe diversa. Bisogna acquisire come dato certo (lo provano
le ricerche e gli studi effettuati) che le persone che hanno una disabilità
intellettiva sono in grado di apprendere e che tutto quello che oggi viene
fatto per loro, dal punto di vista della formazione, della socializzazione e
dell'autonomia, è un notevole risparmio anche economico. Il pensiero corre
al domani, ad una società migliore che sappia trarre profitto da ciò che
oggi costruisce e realizza con impegno. E che ricordi, sempre, che l'integrazione
in quanto processo irreversibile può solo andare avanti.
Di Antonio Leone