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Quando il buio è davvero buio
Corriere del Mezzogiorno del 28-06-2009
Al Vulcano Buono di Nola un’«esperienza illuminante» a cura dell’Istituto Ciechi di Milano.
I non vedenti guidano i visitatori alla scoperta di un mondo privo di luce
Ed ora, un po' di pubblicità
:NOLA. Sono passate da poco le quattro di un bel pomeriggio di giugno inoltrato, fa un gran caldo, e per colpa del buio totale, assoluto e paralizzante nel quale sono completamente immerso rischio di schiantarmi contro una parete che non vedo. «Segui la mia voce», mi ripete allora Pietro.
Sempre che qualcuno non ci abbia già pensato, un giorno bisognerà scrivere uno studio scientifico, di quelli accademici, con la sua brava bibliografia tutta ordinata in fondo al volume, sul concetto di semplicità come segno distintivo del genio. Al fatto che le idee semplici, quelle che con un misto di ammirazione e nervosismo ti fanno esclamare «maledizione, perché non ci avevo pensato io?», portano con sé una irresistibile carica di potenza. E di conoscenza. Un paragrafo andrà senz’altro dedicato all’esecuzione di certe punizioni di Maradona, alla pulizia del gesto, alla traiettoria perfetta del pallone. Ma un altro pezzo del saggio dovrà ragionare intorno a «Buio Buio: un’esperienza illuminante», l’allestimento a cura dell’Istituto Ciechi di Milano che si tiene al piano terra del Vulcano Buono di Nola. Semplicissima — appunto — l’idea è di ricostruire, svuotandoli di luce, i normali set della vita quotidiana, creando un ribaltamento di ruoli tra vedenti e non vedenti. Così, prosciugati dall’illuminazione, i vedenti, privati del senso principe del corpo, quello della vista, visitano gli ambienti sotto la guida di un cieco. Che nel mio caso si chiama Pietro, ha intorno ai 25 anni e mi accoglie sorridente nella saletta antistante l’ingresso chiedendomi se ho spento il telefonino. All’esterno del tunnel — un serpentone d’acciaio dall’aria non troppo rassicurante, a dire il vero — sono affissi grandi riquadri riassuntivi sui cinque sensi. Un po’ discosto rispetto a questi, un ultimo cartello rassicura i partecipanti sulla possibilità di uscire dal tunnel in qualunque momento lo si desideri, e sul fatto che una telecamera dotata di visore notturno segue dall’esterno gli spostamenti dei partecipanti. E in quel momento, con leggero disappunto, realizzo che effettivamente la claustrofobia, della quale credo di non aver mai sofferto, almeno fino a oggi, non si manifesta solo negli spazi stretti, ma anche in quelli bui. Qu alche minuto d’attesa, poi tocca a me. «Quando saremo dentro, segui la mia voce» dice Pietro. Appena oltrepassata la tenda nera che dà accesso all’allestimento, di colpo piombo in un buio nel quale raramente, anzi mai, mi ero trovato. Un buio primordiale, definitivo. Non il buio delle stanze buie, di notte, o il buio dei blackout elettrici, o il buio delle cantine con la lampadina fulminata, bui parzialmente rischiarati da un filo di luce lontana, o da un chiarore tenue di un lampione riflesso. No, questo è proprio «buio buio», come del resto dichiara fin dal nome la mostra. «Ci sei?» chiede Pietro. Il significato dell’espressione «brancolare nel buio» mi è finalmente chiaro. Agito una mano a un centimetro dagli occhi, ma sento solo un leggero spostamento d’aria sulla punta del naso. Superiamo un’altra tenda, Pietro continua a parlarmi, mi attacco alle vibrazioni della sua voce pacata come la cosa più importante che in questo momento esista nella mia vita. Dopo qualche minuto sotto i piedi sento del terriccio, crepe, piccoli avvallamenti. Le sconnessioni del terreno rendono se possibile la camminata ancora più complicata. «Secondo te dove siamo adesso?». Sento gli uccelli cinguettare tutto attorno. «Esatto, un bosco — dice Pietro dopo la mia risposta —. Ora allunga la mano alla tua destra ». Sotto le dita frusciano mazzetti di foglie. Alberi, cespugli. Scosto i rametti e continuo ad avanzare. «Secondo te che ora del giorno è?». Stupidamente, mi lancio in un vago «Mezzogiorno». Pietro mi dice di ascoltare meglio. In effetti, gli uccellini devono essere andati a nanna già da un pezzo, da qualche minuto hanno lasciato il posto alle cicale. Solo che non ci avevo fatto caso. Ed ecco che la prima lezione sull’ascolto è appena stata incassata.
Avanziamo ancora. Con la sinistra scivolo lungo la parete, mi accompagno coi polpastrelli seguendo le ondulazioni del muro. E veramente non so come faccia a capirlo, ma Pietro mi dice «Bravo, guidati con la mano». Superiamo altre tende. Mi sembra di muovermi leggermente meglio. Meno goffo. Il pavimento torna normale. Sotto i piedi sembra di sentire addirittura un tappetino di moquette. «Tocca attorno» dice la mia guida. Agito le mani. Su un ripiano all’altezza dell’ombelico intercetto un cordino di gomma a spirale, attaccato a un guscio di plastica dura. Sotto, dei pulsanti. «Un telefono?». «Sì, è un telefono». Pietro mi affianca, trova subito le mie mani guidandole con delicatezza più in alto, sopra dei quadretti in rilievo. Scivolo con la punta delle dita, seguo i contorni di una coda, di un muso, zampe tozze come tronchi. Un dinosauro. A fianco, un altro quadro. Stavolta è una cartina geografica con l’immagine dell’Italia. Tocco ancora, la mano affonda in un in volto morbido. Un peluche. «Questa è la stanza dei bambini». Pietro ridacchia. Nella tasca dei miei jeans tintinna un mucchietto di monete. «Coi soldi come fate?» chiedo. «Con le monete è facile. Le banconote creano qualche problema in più. Bisogna fare affidamento alla grandezza e alla consistenza della carta. Per me che sono cieco dalla nascita è uno scherzo. Per chi cieco ci diventa, è un affare più complicato». Resto a tastare tutto intorno, mentre vorrei abbracciare Pietro anche solo per ringraziarlo della sua sincerità linguistica, dell’uso non ipocrita che fa del termine cieco, del suo non nascondersi dietro a un dito di parole politicamente corrette, quando all’improvviso non sento più la presenza della guida accanto a me. E, strano a dirsi, non sono per nulla spaventato. Chiamo Pietro, e lui, pronto, mi dice «Sono qui» e, incredibilmente, per la prima volta da quando sono dentro, qui è un avverbio che mi sembra possedere di nuovo un senso. Mano sulla par ete, lo raggiungo dall’altra parte dell’ennesima tenda. «A destra e a sinistra, un po’ più in basso delle tue ginocchia, ci sono dei contenitori con dei sacchetti. Estraili uno a uno e odorali. Ma non dirmi subito cosa sono, me lo dirai alla fine». Obbedisco. Annuso i sacchetti, da destra e da sinistra, alternando. Inspiro forte. Lavanda. Vaniglia. Rosmarino. Profumi che penetrano nei recettori del naso, in qualche modo potenziati dal buio totale al quale, ormai, quasi non faccio più caso. Nell’ultimo contenitore non ci sono sacchetti, ma una specie di granaglia dura che raccolgo nel palmo chiuso portandola al viso. Pietro sente il rumore di un paio di chicchi che cadono a terra. «T’avviso — mi minaccia scherzosamente — sbaglia tutti gli odori che vuoi, ma non questo. Per un napoletano non c’è giustificazione che tenga». E in effetti l’aroma è inconfondibile. Caffè.
Quando Pietro attraversa l’ultima tenda, sbuchiamo in una specie di stanzino di decompressione visiva. Il nero si stempera. Stavolta il buio è tenue, gli occhi tornano ad abituarsi pian piano alla luce. «Allora?» mi chiede Pietro. «Grandioso», riesco soltanto a dire prima di tornare nel turbine dei colori, sentendomi all'improvviso come il protagonista di Cattedrale di Raymond Carver.
Primordiale
Appena oltrepassata la tenda nera che dà accesso all’allestimento si piomba in un buio totale, primordiale, definitivo .
di Piero Sorrentino