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Inclusione e nuove professioni: insegnare Tecnologie per l'Autonomia
art. postato da donato taddei su listavista, 17\06\2009, h. 23.49.
a proposito di nuove professioni segnalo una serie di articoli pubblicati su www.superando.it
(omissis)
Ed ora, un po' di pubblicità
:Inclusione e nuove professioni: insegnare Tecnologie per l'Autonomia
(Intervista ad Andrea Micangeli)
Il processo di inclusione delle persone con disabilità porta con sé la domanda di nuove figure
professionali specializzate. Con questa intervista al docente universitario di Tecnologie per
l'Autonomia e l'Ambiente Andrea Micangeli, il nostro portale inizia un viaggio alla scoperta dei
lavori del nuovo millennio, nati attorno alla trasformazione (da passivo in attivo) del ruolo
sociale delle persone con disabilità
Il processo di inclusione delle persone con disabilità, promosso in tutti gli ambiti della vita
sociale dalla Convenzione ONU dei Diritti Umani delle Persone con Disabilità, porta con sé una
serie di ricadute pratiche che spesso si ignorano, come scrive Giampiero Griffo in un recente
approfondimento sul tema pubblicato su queste colonne (lo si legga cliccando qui). La portata del
concetto di inclusione apre infatti a un processo di rivoluzione culturale già in atto per cui «la
persona con disabilità è considerata cittadino a pieno titolo e quindi titolare di tutti i diritti
come gli altri cittadini». In base a questo riconoscimento, non basta più operare per inserire la
persona con disabilità in un contesto sociale che di per sé le è in qualche misura ostile - spesso
riservandole qualche posto "speciale" - e, soprattutto, non è più accettabile farlo considerandola
come l'elemento passivo che "riceve" un processo assistenziale. Parlare di inclusione significa
dunque partire dalla dignità umana delle persone con disabilità che reclamano i loro diritti e i
loro doveri e che, facendo parte a pieno titolo della società civile, possono dettare quanto tutti
gli altri le regole per il suo migliore funzionamento.
Andrea Micangeli
Questo approccio implica due passaggi fondamentali di consapevolezza: occorre che chi non è persona
con disabilità riconosca il processo di inclusione e si ponga in un atteggiamento di dialogo e di
confronto con chi lo è; occorre inoltre che chi è persona con disabilità si responsabilizzi nel
riconoscere la propria dignità di persona e metta a fuoco le proprie potenzialità, le proprie
richieste e i propri doveri.
Attorno a questo importantissimo processo stanno nascendo, com'è ovvio, nuove figure professionali.
Si sta aprendo, in questi ultimi anni, un nuovo mercato del lavoro con un know-how specializzato.
Assistenti personali, ingegneri e architetti di Universal Design, disability councelor, operatori
degli informahandicap, aziende di ausili, mediatori al lavoro: sono tutte figure che fino a poco
tempo fa non esistevano. Oggi hanno un mercato e per alcune si inizia a pensare a una formazione
strutturata. Superando vuole incontrarle, conoscerle e presentarle ai lettori attraverso una serie
di interviste.
Andrea Micangeli è docente di Tecnologie per l'Autonomia e l'Ambiente all'Università La Sapienza di
Roma. Ha una cattedra sia nella facoltà di Ingegneria che in quella di Psicologia in un corso
sperimentale. Il suo insegnamento - in linea con l'approccio anglosassone - mette insieme la
sostenibilità ambientale (energie rinnnovabili, cooperazione allo sviluppo) con quella sociale (per
l'accessibilità di tutti, quindi legata alla progettazione e alle tecnologie per la disabilità).
Quando gli chiediamo quante altre cattedre simili alla sua esistano in Italia, emerge un primo
dato: l'Università italiana non crea rete. Non esiste, cioè, uno spazio strutturato a livello
universitario nazionale per lo scambio tra studiosi di progettazione universale che tra di loro non
si conoscono se non per vicende isolate. Le esperienze di rete finora conosciute sono quindi state
stimolate per lo più da proposte venute dalle associazioni di persone con disabilità, come il DPI
(Disabled Peoples' International) e il CND (Consiglio Nazionale sulla Disabilità). Questa lacuna
spinge la nostra redazione a iniziare una ricerca approfondita per eleborare un documento completo
oggi - a quanto risulta - mancante.
Ad Andrea Micangeli chiediamo innanzitutto di raccontarci la sua storia personale.
«Ho la cattedra in Tecnologie per l'Autonomia dal 2002. Avevo studiato ingegneria con un collega
con disabilità. Insieme a lui, ancora studenti, nel 1994 avevamo fondato l'ILITEC, un'associazione
sulle Tecnologie per la Vita Indipendente. Ci siamo mossi per ottenere l'abbattimento delle
barriere architettoniche all'Università, per trovare percorsi accessibili, per organizzare
l'accoglienza degli studenti disabili. Fin dall'inizio abbiamo agito in collaborazione con il DPI.
Il mio percorso di studi si è poi integrato con questa esperienza personale, anche se negli anni mi
è stato dato più spazio per l'altro argomento che mi sta a cuore, quello delle energie rinnovabili.
L'ecosostenibilità, infatti, è stata recepita prima della progettazione universale e l'accorpamento
dei due aspetti della sostenibilità, quella ambientale e quella sociale, modalità diffusa nei Paesi
anglosassoni, da noi si fa fatica ad incontrare».
C'è un evidente cambio generazionale dei progettisti rispetto alla formazione nella progettazione
universale?
«Senza dubbio. Il contatto con l'Unione Europea e i progetti che essa ha promosso in questo senso
hanno giocato un ruolo importante. La sensibilità acquisita dai progettisti giovani è cambiata.
Poi, di fatto, le difficoltà si presentano comunque, quando costoro si trovano a operare senza
possibilità decisionali autonome, ad esempio».
Il percorso di studio dei nuovi progettisti implica automaticamente la conoscenza della
progettazione universale?
«No, è una specializzazione che uno si deve cercare ed è ancora vista "strana" come tipo di studio.
Non esiste in Italia alcun corso di laurea vero e proprio, strutturato formalmente, a differenza
che in altri Paesi europei come ad esempio l'Inghilterra, la Germania o la Spagna. Per ora si
tratta di una materia facoltativa. Secondo me, anche chi non vi si specializza, dovrebbe comunque
acquisire una competenza e una sensibilità sull'argomento».
La società ha registrato il cambiamento culturale introdotto dal processo di inclusione in atto? In
cosa si vede?
«Lo vedo ad esempio a livello di scelte delle amministrazioni locali. Le barriere architettoniche
cittadine preesistenti vengono sempre più superate da ausili, ad esempio. Il Colosseo, che non era
accessibile, ora lo è, così come la stazione metro che gli sta vicina. Rimangono ancora molti
problemi, ma percepisco il cambiamento culturale. Penso che la sensibilizzazione diffusa si veda
anche dal fatto che sempre di più incontro formulari per la richiesta di finanziamenti, locali o
europei, in cui tra gli elementi da sottoporre c'è la richiesta di impatto ambientale del progetto
e la descrizione di come viene trattata l'accessibilità».
Com'è cambiata negli anni la domanda dell'utenza nel suo lavoro?
«Percepisco molta più consapevolezza, molta più partecipazione. Molte persone con disabilità hano
contatti con il resto dell'Europa, si muovono, viaggiano. Credo che l'integrazione scolastica sia
stata importante e abbia portato frutti oggi evidenti». (Barbara Pianca)