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L'avventura africana dell'antropologa cieca

art. postato da santo graziano su listavista, 04\06\2009, h. 00.27.

ci permettiamo di incollare di seguito un articolo tratto da Repubblica a proposito di un'antropologa non vedente e della sua esperienza nel Senegal.
Il testo dopo la firma.
(omissis)

Ed ora, un po' di pubblicità

:

Anna, antropologa non vedente
"Vi racconto la mia Africa"
Il viaggio tra i villaggi sperduti nella savana di Anna Vittoria Sarli, una giovane studiosa parmigiana, che ha lavorato per il progetto sanitario avviato in Senegal dal padre Leopoldo, chirurgo e docente alla facoltà di Medicina
di Benedetta Pintus
"Non credo che essere cieca abbia condizionato la mia esperienza in Africa. Percepire la realtà senza vederla è la mia normalità". Anna Vittoria Sarli, giovane antropologa parmigiana, sorride dietro i suoi grandi occhiali scuri. Dal candido colorito della sua pelle non si direbbe che abbia appena trascorso una settimana in un villaggio sperduto nella savana. Forse per questo indossa un abito estivo dai motivi inequivocabilmente africani. "Certo - aggiunge - se una mia cara amica non mi avesse accompagnato avrei avuto più difficoltà, perché mi sarebbero mancati i punti di riferimento a cui sono abituata. Ma credo che la mia disabilità suscitasse ammirazione negli africani". E non solo in loro.
E' facile rimanere colpiti dall'idea che una 26enne non vedente abbia potuto affrontare con tranquillità un viaggio impegnativo per chiunque. A migliaia di chilometri di distanza, sotto il caldo torrido, tra i villaggi della savana, dormendo per settimane nelle capanne d'argilla, sulla sabbia, senza acqua corrente, protetta da una zanzariera che scongiuri la malaria. Anna, però, non sembra scomporsi. "So di passare meno inosservata - spiega - ma mi infastidisce che ci si concentri solo sulla mia cecità: non è la sintesi della mia persona. E spesso crea intorno a me un alone che distorce la realtà".
La sua non è fatta di colori, di sguardi. Ma di suoni, rumori, contatto con la terra. E storie. Quelle che la persona accanto a lei le racconta per descriverle il mondo che sta attraversando. Così del Senegal ricorda le grida dei ragazzi che sui car rapide, i bus di Dakar, annunciano ai passeggeri il nome delle fermate. Le risate rumorose degli abitanti dei villaggi, le prese in giro dei bambini. E il rapporto con il suolo, con la polvere, che pervade ogni angolo e sembra entrare sottopelle.
http://oas.repubblica.it/5c/local.repubblica.it/rg/parma/interna/6477217...

Anna c'è stata due volte. Prima nel 2007 per una ricerca, durata due mesi, con cui si è laureata in Antropologia all'università di Modena. Poi questa primavera, alla fine di aprile, quando è tornata per dieci giorni negli stessi villaggi, dove suo padre ha avviato un progetto di educazione sanitaria. Leopoldo Sarli è chirurgo all'o spedale Maggiore, docente alla facoltà di Medicina di Parma e presidente del corso di laurea infermieristica, ma prima di tutto si definisce un ricercatore, un curioso. Ed è anche un eccellente fotografo (GUARDA IL DIARIO).
Una figura forse un po' ingombrante per Anna, che ha preferito farsi intervistare da sola. "Non amo lavorare con mio padre. Preferisco essere indipendente, tanto nella vita quanto nella mia professione. Ma mi faceva piacere ricambiare in qualche modo l'o spitalità delle comunità senegalesi che mi avevano accolto mentre preparavo la tesi, perciò ho accettato di collaborare con lui".
Lo stesso Leopoldo ha bisogno di sottolineare questa distanza, quasi un tacito accordo con una figlia che, diventata adulta, sente la necessità di emanciparsi. "Ognuno di noi ha vissuto la sua Africa, separatamente. Lei da antropologa, io da responsabile del progetto di cooperazione". L'idea è nata nel 2007, quando è andato a trovare Anna mentre faceva ricerca in Africa. "Io e mia moglie - racconta - avevamo sempre avuto interesse per le popolazioni migranti che arrivavano dal sud del mondo e quella è stata l'o ccasione per entrare in contatto con una realtà diversa e affascinante".
Un'esperienza così intensa da sentire l'esigenza di stringere un legame più stretto con la gente del luogo. "Gli operatori sanitari dei villaggi che avevamo visitato ci avevano spiegato le loro difficoltà nel gestire da soli comunità di centinaia di persone. Erano pochi e avevano una preparazione insufficiente". E' nato così un progetto di cooperazione con l'u niversità di Parma, che offre corsi di formazione agli infermieri di Dakar.
E qui entra in gioco Anna. "Avevamo bisogno - spiega il chirurgo - di capire se il modo in cui stavamo operando era quello giusto. Così ho chiesto a mia figlia di contribuire al progetto con una ricerca antropologica che scoprisse come gli abitanti percepivano il nostro lavoro". E lei non si è tirata indietro: "Sentivo di dovermi sdebitare con il villaggio".
Così sono tornati in Senegal, un Paese che all'inizio per loro era circondato da pregiudizi e ora è diventato un posto familiare, una seconda casa. "E' stato bello ritrovare tutte le amicizie che avevamo lasciato", ricorda Leopoldo. "Se sto investendo tanto in questo progetto è perché capisco cosa significa perdere le proprie radici". E' arrivato da Taranto a 17 anni, per studiare medicina e ha faticato per integrarsi e costruirsi una nuova vita. "Mia figlia è un'immigrata di seconda generazione".
Forse per questo ha concentrato il suo dottorato e il suo lavoro all'Ismu, l'istituto di studi sulla multietnicità di Milano, sui migranti. "La cosa che mi è mancata di più tornando a Parma - racconta l'antropologa - è stata la vita di comunità. A volte quando ero lì avevo bisogno di silenzio, ma mi ha fatto piacere ritrovare quel modo tutto africano di scherzare rumorosamente, parlare a voce alta, divertirsi in modo sguaiato. Fa parte di una dimensione relazionale molto forte e intensa che qua non esiste". Ma non per questo Anna ha sofferto di mal d'Africa. "Non c'è motivo di provare nostalgia: ho l'Africa anche qua e so che ci tornerò".