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unione italiana gecki e ipervedenti

art. postato da c. loiodice su mbx,11\05\2009, h. 17.21.

La Repubblica, lunedì 11 maggio 2009.
Pagina 35 - Cronaca
Scienziati svedesi rivelano perché questi piccoli rettili sanno distinguere così bene i colori nella notte Una visione multifocale che permetterà di migliorare
anche la qualità delle macchine fotografiche
Nei loro occhi il segreto delle lenti a contatto di ultima generazione

Ed ora, un po' di pubblicità

:

È come se avessero un tipo di lente che mette sempre a fuoco le immagini e varia con la luce
CRISTINA NADOTTI

Non solo sa stare attaccato al muro come pochi, ma in quanto a visione notturna non lo batte nessun altro rettile. E imitando i suoi occhi potremmo realizzare
avveniristiche lenti a contatto per presbiti, multifocali, e addirittura macchine fotografiche ultra sofisticate. La biomimetica, la scienza che osserva
la natura per applicare i suoi processi alla tecnologia, gli aveva già rubato il trucco per far aderire le zampe alle superfici, ora gli copia anche la
struttura dell´occhio. Lui è il geco, ma non uno qualunque, di quelli che si vedono in Italia, è il Tarentola chazaliae, il geco dall´elmetto, chiamato
così per via della sua grossa testa. Vive nelle zone desertiche e si ciba di piccoli insetti, soprattutto di formiche. Di solito gli animali notturni,
come i gechi, sacrificano la visione a colori a favore di una maggiore capacità di vedere al buio. Nella retina, composta da diversi tipi di neuroni, catturare
la luce spetta ai bastoncini e ai coni, cioè i fotorecettori. La maggiore parte dei vertebrati ha un solo tipo di bastoncini per la visione notturna, priva
di colori, e molti tipi di coni per la visione diurna, a colori.
Tra i vertebrati notturni, però, i gechi si differenziano perché la loro retina non ha bastoncini, ma solo tre tipi di coni usati per vedere a colori nella
luce fioca. In pratica, la retina dei gechi è caratterizzata da una serie di distinte zone concentriche capaci di riflettere la luce con potenza diversa.
Un po´ come dire che il sistema visivo del geco è multifocale e può "leggere" diverse lunghezze d´onda di luce simultaneamente, cosa che consente a questi
animali di avere immagini molto più nitide.
In uno studio fatto all´Università di Lund, in Svezia, e riportato sul "Journal of vision", i ricercatori hanno accertato che due gechi dall´elmetto erano
in grado di distinguere il blu e il verde e hanno concluso che mentre la maggior parte dei vertebrati, tra i quali anche l´uomo, quando c´è poca luce usano
solo i bastoncini come fotorecettori e non distinguono così i colori, i gechi hanno in qualche modo "specializzato" i loro tre tipi di coni. Questi fotorecettori
sono 350 volte più sensibili di quanto non siano quelli usati dall´occhio umano, cosa che consente ai gechi di catturare molta più luce e non dover rinunciare
però alla visione dei colori. In pratica è come se avessero specializzato un tipo di lente, rendendola capace di variare a seconda del tipo di luce e di
creare immagini sempre perfettamente a fuoco sulla retina a seconda del tipo di cono utilizzato. Ed è proprio questa capacità che gli scienziati vogliono
copiare. «I coni visivi della retina dei gechi - spiega Lina Roth del Dipartimento di biologia cellulare, una delle ricercatrici di Lund - sono a loro
modo un unicum nel mondo dei vertebrati. Man mano che progrediremo nella comprensione del loro funzionamento potremo sviluppare macchine fotografiche migliori
e forse anche lenti a contatto multifocali».
Per ora esistono lenti multifocali per occhiali, ma le ricerche svedesi potrebbero portare alla realizzazione, per esempio, di lenti a contatto per presbiti.
Dice Lina Roth: «Noi abbiamo osservato il funzionamento dell´occhio dei gechi, ora sta alla tecnologia riprodurlo». Ma il gruppo di Lund, che lavora da
anni sull´osservazione della visione dei vertebrati, ha già ottenuto un risultato pratico importante, riuscendo a fare i suoi esperimenti senza crudeltà
sugli animali. «Questo tipo di studi - ha detto Lina Roth - in passato significava operazioni chirurgiche e immobilizzazione della testa degli animali.
La nostra ricerca sui gechi è stata fatta senza immobilizzare completamente i due animali e soprattutto senza dover usare strumenti che tenessero fissi
i loro occhi».