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I GIORNALI STAMPATI E LA SFIDA DI INTERNET

da La Repubblica
del 27\03\2008

> CULTURA

Ed ora, un po' di pubblicità

:

Pagina 46 - Cultura
Intervista a Javier Moreno, direttore di "El País"

Stasera un dibattito con Ezio Mauro all´Istituto italiano di cultura di Madrid sul ruolo dei due quotidiani nella società spagnola e italiana
ALESSANDRO OPPES
MADRID

La stampa scritta? Soffre di tutte le malattie, proprio tutte. E´ una crisi a lungo annunciata e che alla fine, come temevamo, è arrivata. Si è detto che,
in fondo, i giornali sono un prodotto del XIX secolo, poco compatibile per la struttura di costi e di produzione con il XXI secolo, che è un secolo digitale,
e lo sarà sempre di più». E´ molto pessimista Javier Moreno. Da poco meno di due anni direttore di El País, primo quotidiano spagnolo, è convinto che la
carta stampata si trovi oggi di fronte alla più grande sfida della sua storia. Forse un cammino senza ritorno, tanto da prevedere un futuro senza carta:
«A me costa molto immaginarlo, però non ho dubbi che quel momento arriverà. Prima o poi arriverà», sentenzia Moreno, che questa sera all´Istituto Italiano
di Cultura di Madrid discuterà con il direttore di Repubblica Ezio Mauro il ruolo dei due giornali nelle società spagnola e italiana.
Di che malattia soffre la stampa?
«Da una parte c´è il problema del business, che è molto grave: diffusione decrescente, entrate pubblicitarie in calo, costi assolutamente fuori mercato.
Il problema riguarda tutti i grandi giornali. In una fase come questa, qualunque crisi aggiuntiva, come è quella derivante dall´attuale congiuntura economica,
ha conseguenze pesanti sui bilanci delle aziende editoriali».
Ma è anche una crisi del prodotto giornalistico?
«Certo. Subiamo oggi una crisi di legittimità per il fatto che l´ambito pubblico che i giornali hanno contribuito a costruire si sta disintegrando: e in
effetti questo accade in seguito al boom di Internet, per il fatto che le nuove generazioni spesso preferiscono accedere all´informazione in un modo diverso
da quello tradizionale. Si sta producendo una frammentazione che sino ad ora non avevamo conosciuto».
Internet ha già oggi una centralità forse inattesa fino a qualche anno fa.
«Sì, ma soprattutto c´è stato un momento in cui credevamo che si potessero semplicemente trasferire i giornali sul web: Internet visto come un mezzo sul
quale tu potevi consultare un giornale allo stesso modo in cui sfogli il prodotto di carta. In realtà Internet ha finito col volatilizzare quel modello,
così come ha reso obsoleto il Cd, o il vecchio Lp. La gente continua a entrare nelle pagine web dei giornali grazie al prestigio del «marchio», per il
nome e la qualità che offrono, la garanzia di serietà, imparzialità e rigore, però poi i cittadini accedono all´informazione in modo diverso».
In che modo possono collaborare e integrarsi Internet e i giornali?
«Si stanno facendo tentativi, però ancora non sappiamo bene in che direzione andiamo, e soprattutto quale sarà il modello economicamente redditizio. Dobbiamo
abituarci a pensare che stiamo in un mondo in cui le cose cambiano e continueranno a cambiare con una rapidità molto superiore a quella che abbiamo conosciuto
finora».
Che cosa possono fare i giornali per mantenere un ruolo centrale nella formazione dell´opinione pubblica?
«In una società sempre più atomizzata nei suoi interessi, credo che dobbiamo cercare di adattarci alle necessità dei cittadini interessati alla cosa pubblica
e alla democrazia. Cambiano gli interessi, i gusti, la visione della società che hanno i cittadini di oggi: dobbiamo fare in modo di interpretare il cambiamento».
El País ha subìto una trasformazione negli ultimi mesi: con che spirito si è realizzato il cambiamento?
«L´idea è stata questa: cambiamo ciò che è necessario, però manteniamo i valori di indipendenza, credibilità e rigore, che ci hanno sempre guidato sin
dalla fondazione del giornale. El País è un giornale che è stato sempre capace di entrare in sintonia con la generazione che fa la storia del paese. Siamo
da sempre il quotidiano con il pubblico più giovane, ma negli ultimi tempi la tendenza si è andata ulteriormente accentuando».
Trentadue anni di vita, e altrettanti di rapporto molto stretto con la Repubblica. Che cosa ci unisce?
«Un giornale è un modo di condividere con i propri lettori uno sguardo comune sul mondo, sulla realtà. Credo che sia questo ciò che ci unisce a Repubblica:
un modo di guardare. Ci sorprendono le stesse cose, ci irritano le stesse cose. Abbiamo una visione del mondo, e delle nostre rispettive società, che è
molto simile».