Fonte originale:
http://www.nonsoloabili.org/locchio-vuole-la-sua-parte-un-codice-dei-col...
di Iacopo Balocco
www.jimmydiottria.it
L'occhio vuole la sua parte: un codice dei colori per i non vedenti
"L'occhio vuole la sua parte", mi diceva Pilar (il nome è di fantasia)
mentre insieme cercavamo di costruire una descrizione adatta ai non vedenti
del "San Giorgio e il drago" di Masaccio. Pilar è una ragazza cieca
secondaria, ricorda i colori, anche se mi riferisce che nei suoi sogni ora
le appaiono "metallici" e "fosforescenti", e ha lavorato con me nel 2004,
straordinaria collaboratrice, alla costruzione del primo prototipo di
tavolette in legno di un codice dei colori per non vedenti. Ha preso parte
anche ad una lezione del mio corso di Etnoscienza sul tema "I colori del
buio" che ho tenuto a Ca' Foscari nell'anno accademico 2004/05. Il corso, su
uno dei temi più frequentati e ancora intriganti dell'etnoscienza, mirava a
verificare la convinzione diffusa che nella nostra cultura occidentale ormai
l'idea del colore si era trasformata in un concetto astratto: non è così. E
questo ci ha consentito di portare avanti il progetto di costruzione di un
codice culturale dei colori per i ciechi primari e secondari. La conferma
che la percezione del colore, anche nelle persone normovedenti, si struttura
a partire da dati esperienziali, emozionali, mnestici, e che dunque non c'è
una totale differenza tra le modalità che concorrono a costruire l'inventario
culturale dei colori tra vedenti e non vedenti è assai importante: la
sinestesia può funzionare, e di fatto funziona per entrambi. Di qui sono
(siamo: io, Pilar, un amico tiflologo cieco primario) partita per costruire
un codice sinestesico dei colori condiviso allo stesso modo tra non vedenti
primari e secondari e vedenti. Perché sinestesico? Intanto la psicologia
della percezione cominciava a spogliare la sinestesia della sua veste di
eccezionalità (la "malattia di Kandinskij" era in realtà un fatto comune), e
poi Pilar stessa mi confermò nella convinzione che quella fosse la strada
giusta da percorrere quando mi disse che il primo senso che si era
sviluppato in lei dopo la perdita della vista era stato l'olfatto. (si veda
in "Ulisse" 07/11/2007 "Le basi comuni di vista e olfatto", e tra i tanti
saggi di neuroscienze che ormai escono sul tema della Brain Plasticity si
puo' leggere il divulgativo Train Your Mind. Change Your Brain, di Sharon
Beagley, Ballantine Books, New York, 2007). Odorare il cielo, ascoltarne il
suono, sentirlo sotto le dita. In ordine: odorare, ascoltare, toccare. Il
punto di partenza non poteva essere che la percezione culturale del colore
(non quella fisica o neurofisiologica) come la sola adatta alla costruzione
di un codice attivo in cui il soggetto non vedente potesse mettere in gioco
tutti i sensi "normali" (non mi piace la definizione di "sensi residui", e
ho appreso che non ci sono "sensi compensativi". Vedi i numerosi articoli
sull'argomento in"Tiflologia per l'integrazione", la rivista della
Biblioteca Italiana Ciechi) nel processo sinestesico che lo vede partecipe
dall'inizio. A confortare la scelta sta lo studio etnoscientifico di Brent
Berlin e Paul Kay (Iidem, 1969, Basic Color Terms, Berkeley, University of
California Press; molti altri ne sono seguiti sull'argomento, fondamentali i
lavori di Conklin, ma per il mio lavoro iniziale quello scelto era
necessario e sufficiente). I due studiosi analizzarono i cromonimi in uso in
diverse culture, partendo dalla constatazione che i membri di ognuna
condividevano una medesima visione del colore, segmentavano cioè lo spettro
in modo simile in alcune aree fondamentali che oramai sono comuni a tutte le
culture e che variano da due a undici. Per di più il fuoco di un colore,
cioè il suo punto di saturazione, appare ampiamente condiviso nella
dimensione culturale. La sequenza delle aree è culturalmente ordinata e
governata da un principio evolutivo: dal primo stadio a due colori
(nero/bianco) si passa ad un secondo stadio (rosso), ad un terzo
(giallo/verde), ad un quarto (blu), ad un quinto (marrone), infine ad un
sesto stadio(viola/rosa/grigio/arancione). Ulteriori ricerche degli stessi
studiosi e di altri portarono a ridefinire, senza tuttavia invalidarlo, il
quadro esposto (alcune culture, ad esempio la giapponese, non distinguono il
blu e il verde, si trovano cioè nello stadio del "blerde" come si dice in
etnoscienza, corrispondente grosso modo al nostro turchese), che è quello
che abbiamo deciso di adottare per la costruzione del primo device in legno
e del conseguente procedimento di associazione sinestesica di odori, suoni e
percezioni aptiche. Devo precisare una cosa importante: l'opzione per la
percezione culturale del colore è motivata prioritariamente dalla
considerazione, maturata ascoltando e interrogando non vedenti primari, che
il percorso scelto per la costruzione del codice degli undici colori di base
coincide di fatto con il percorso che i non vedenti compiono per costruirsi
l'idea del "loro" colore preferito. Non un procedimento studiato per i
ciechi ma con i ciechi, il cui apporto è stato e sarà fondamentale in ogni
ulteriore sviluppo del procedimento. Prima di passare alla descrizione del
device prototipo e del suo uso iniziale, occorrono ancora alcune
precisazioni. Il codice a undici colori ( e la sua estensione a trentatre in
via di realizzazione attraverso l'aggiunta delle "sfumature" più chiaro, più
scuro per ciascuno di essi, la base per la selezione dei colori che ho
adottato è la Munsell Chart), come tutti i codici, è convenzionale e
arbitrario come dimostra la sua motivazione culturale (del resto la prima
scomposizione dello spettro solare presentata da Newton nel 1669 comprendeva
cinque colori, rosso, giallo, verde, blu e viola; nel 1671 furono aggiunti l'arancione
e l'indaco a raggiungere il numero di sette, numero carico di significati
simbolici nelle nostre culture; in realtà sappiamo bene che lo spettro
solare è un continuum segmentabile in migliaia di sfumature). Proprio la sua
convenzionalità e arbitrarietà, diciamolo pure, la sua culturalità, ci
consente l'associazione con altri codici altamente culturali come quelli
degli odori (e sapori), come con codici, come quello dei colori, in cui
"natura" e "cultura" si incrociano, i suoni, e le percezioni tattili. A
questo punto ci attende un lungo e paziente lavoro di ricerca
etnolinguistica e di psicologia della percezione per far sì che ad ogni
colore sia sinestesicamente associato uno ed un solo odore, uno ed un solo
suono, una ed una sola percezione tattile per ogni diversa cultura, secondo
quanto avviene pressappoco nella trascrizione delle lingue in cui l'IPA
(International Phonethics Alphabet) si ispira al principio di un suono, un
segno. Questo dato è ovviamente fondamentale per la funzionalità del codice
sinestesico e dovrà necessariamente prendere in considerazione le differenze
culturali ( per intenderci e per fare un solo esempio, il caso citato del
"blerde" nella cultura giapponese). Il primo device costruito è costituito
da trentatre tavolette in legno di cm.4 X cm.8 (una misura scelta insieme al
tiflologo) che ripetono su tre file contenute in un vassoio pure di legno
aperto sul lato inferiore, tre serie degli undici colori base. La superficie
di ciascuna tavoletta è semplicemente rivestita da una carta adesiva (seta
per il viola!) degli undici colori, e porta sul margine inferiore sinistro
un contrassegno aptico che identifica il colore. In un primo tempo tale
contrassegno era costituito da una figura geometrica (triangolo, quadrato
ecc.) che è poi stata sostituita da un codice a punti di tipo Braille,
poiché mi avvertiva il tiflologo che era "rischioso" proporre forme
geometriche già note: il colore poteva fissarsi percettivamente ed essere
identificato come forma, facendo cadere il procedimento sinestesico. Abbiamo
costruito allora un codice convenzionale a punti che identifica ciascun
colore e che permette con l'aggiunta di altri punti in posizioni
determinate, di indicare "più chiaro", "più scuro". Abbiamo scartato l'ipotesi
di riprodurre in alfabeto Braille il nome del colore poiché questa scelta
avrebbe compromesso la possibilità di comunicare facilmente tra non vedenti
di lingue diverse, ed anche perché sarebbe risultato impossibile l'adattamento
del codice a punti ad esprimere altre sfumature di colore. Il passo
successivo è stato quello di associare a ciascuno degli undici colori la
percezione olfattiva e aptica di una sostanza (ancora una volta non una
forma): ad esempio il nero è stato associato all'odore e alla percezione
tattile di carbone sminuzzato. Più complessa è risultata l'associazione del
suono: molto "artigianalmente" abbiamo proceduto in via provvisoria con l'associare
una nota o un accordo in chiave di sol, chiara o scura, su un pianoforte, a
ciascun colore. Il tutto è risultato ancora molto rudimentale ed anche in
buona parte approssimativo, ma funziona. Ultimo passo importante nella
costruzione della percezione del colore, anche se in questo caso la
sinestesia non c'entra più (ma è un'esigenza sottolineata dai non vedenti) è
stata la produzione di un microracconto evocativo per ogni colore. La
sequenza dell'apprendimento percettivo di ogni colore di base risulta quindi
così costituita nel device prototipo: - ascolto del microracconto registrato
su nastro con voce naturale (i sintetizzatori vocali non sono adatti ad
esprimere la funzione connotativa del racconto); - manipolazione della
tavoletta e riconoscimento del codice colore; - percezione sinestesica
olfattiva, tattile e sonora; - ritorno alla tavoletta e identificazione
delle tre tavolette dello stesso colore nel vassoio. Ovviamente è necessario
un buon allenamento per giungere al riconoscimento sicuro degli undici
colori e per poterli usare, come fece Pilar, per costruirvi mosaici, o
addirittura quadri approssimativi in quanto alla forma, che evocassero
colori di un paesaggio primaverile.A questo punto ci si potrebbe chiedere
quale ragione abbia motivato la scelta di ricercare una via per la
percezione del colore per i non vedenti, quando già sono numerose e avanzate
le tecniche sviluppate per la percezione aptica di opere d'arte non solo
plastiche. Una risposta ovvia è che noi vediamo il mondo a colori, che
questo è ben presente sempre anche ai non vedenti. Un'altra risposta più
attuale ce la suggerisce lo sviluppo delle neuroscienze, cui abbiamo
accennato più sopra. La più esaustiva sta però proprio nell'affermazione di
Pilar: quando si parla di dipinti "l'occhio vuole la sua parte", lì dove il
colore è nello stesso tempo forma. Così anche per la fotografia, l'illustrazione.
La stessa narrazione scritta è "colorata". Inoltre la sinestesia e la
scoperta della stretta parentela tra vista e olfatto, ha ribaltato in parte
la supremazia del tatto come senso privilegiato. Un cieco, specie se
precoce, non tocca spontaneamente, il tatto va lungamente addestrato, lo
vediamo bene oggi nella giusta preoccupazione per l'abbandono frequente dell'insegnamento
del codice Braille. Credo fermamente che il futuro della percezione estetica
per i non vedenti stia nella percezione sinestesica che, senza escludere il
tatto, mette in primo piano i sensi più immediati dell'olfatto e dell'udito.
Concludo questo breve scritto con una importante osservazione di Yvette
Hatwell (tratta dal suo articolo"I processi della percezione e delle
rappresentazioni aptiche. Implicazioni per la comprensione aptica delle
opere d'arte da parte dei minorati della vista", in "Tiflologia per l'integrazione",
n.1, gennaio -marzo 2004): "In un'analisi degli atteggiamenti degli editori
ed ideatori di materiale artistico per ciechi, Martinez- Sarocchi
(Hatwell&Martinez-Sarocchi, in fase di stampa) contrappone due orientamenti.
Secondo il primo, è l'aspetto cognitivo delle opere ad essere privilegiato.
Per evitare il "verbalismo" contro cui lottano educatori ed insegnanti, la
riproduzione in rilievo è alquanto semplificata rispetto all'opera originale
e un testo in Braille (ovvero un'audiocassetta) spiega le intenzioni e il
percorso dell'artista (cfr. ad esempio Le Ninfee di Monet). Questo agevola
la discriminazione e l'interpretazione delle forme, ma sfocia di rado in un
sincero piacereestetico. (.) Un altro orientamento privilegia, invece, l'accesso
all'emozione estetica. Le opere pittoriche vengono allora riprodotte in
rilievo quasi nella loro integralità, per cercare di trasmettere al non
vedente l'intenzione reale dell'artista. Ma i risultati non sono sempre
quelli sperati, soprattutto nel caso dei non vedenti precoci che vengono
spesso tratti in inganno dalla complessità dell'opera che stanno esaminando
col tatto. (.) . Dato che il non vedente è obbligato ad utilizzare
costantemente il tatto come funzione "cognitiva" d'acquisizione delle
conoscenze, egli è meno incline all'impiego della modalità aptica per
espletare la propria funzione estetica". Siamo a conoscenza dei numerosi
tentativi di avvicinare i ciechi alla percezione del colore, ma crediamo che
il primo passo debba essere quello della creazione di un codice dei colori
condiviso tra tutti i non vedenti e ugualmente con i vedenti. Di qui già
abbiamo iniziato a lavorare sul percorso della percezione figura/sfondo.
Grandi possibilità saranno offerte dalle tecnologie ICT più avanzate, sia
per la fruizione individuale, sia per allestimenti museali accessibili. 05 /
05 / 2008
Francesco Demofonti
francescodemofonti@libero.it