da la repubblica del 13\05\2008
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Le due proposte contro le limitazioni alle libertà di pensiero da
parte dell'azienda sono state respinte quasi all'unanimità
Lotta alla censura, Google dice no gli azionisti votano come i vertici
di FRANCESCO OGGIANO
GLI AZIONISTI, alla fine, hanno obbedito alla dirigenza. Giovedì
scorso, all'annuale assemblea di Google, il consiglio di
amministrazione è stato rieletto in blocco e le due proposte in favore
di una lotta alla censura da parte dell'azienda sono state respinte
quasi all'unanimità. Gli azionisti del colosso americano delle
ricerche su internet hanno seguito le indicazioni della direzione, che
suggeriva di votare contro le due proposte scomode avanzate da singoli
membri dell'azionariato. La prima chiedeva l'introduzione di norme per
impedire la collaborazione attiva con la censura attraverso il
filtraggio dei risultati delle ricerche; la seconda la creazione di
una Commissione per i diritti umani, con l'obiettivo dichiarato di
combattere legalmente le pressioni esercitate dalle autorità locali
dei Paesi in cui opera Google, con riferimento particolare alla Cina.
Nel corso della votazione, però, l'elemento rilevante è stata
l'astensione di Sergey Brin, il co-fondatore assieme a Larry Page del
colosso di Mountain View. "Condivido lo spirito della proposta - ha
precisato Brin - ma non la forma in cui è stata scritta". Proprio lui,
genietto nato in Russia ma naturalizzato americano, che ammise che
Google, collaborando attivamente con le autorità censorie, aveva
tradito i suoi valori etici e aziendali, ora si astiene dal voto e
tenta di difendere la linea aziendale. Google, secondo Brin, sta già
contribuendo alla trasparenza dell'informazione in Cina, permettendo
l'accesso universale all'informazione. L'approvazione di una simile
proposta, secondo i dirigenti, comporterebbe solo la chiusura totale
della versione cinese di Google.
È stata la stessa Amnesty International, l'organizzazione mondiale per
il rispetto dei diritti umani, a presentare per bocca del suo
dirigente Tony Cruz la proposta avanzata dal Comptroller, un fondo
pensione di New York, che chiedeva di smettere di filtrare le
ricerche. "Sappiamo che non passerà - dichiara Amy O'Meara,
responsabile di Amnesty - e tuttavia questa può essere una buona
occasione per far ascoltare le nostre denunce e per condizionare
pesantemente la dirigence di Google perché adotti provvedimenti
drastici in favore dei diritti umani".
La seconda proposta, quella che voleva la creazione di un Comitato per
i diritti umani, è invece opera dell'Harrington Investments, un gruppo
di investitori californiani non nuovo a queste iniziative. Jack
Ucciferri, portavoce del gruppo, va giù pesante: "Constatiamo ancora
una volta come le compagnie tecnologiche abbiano una vaga idea delle
politiche per i diritti umani. E come continuino a violare
frequentemente questi diritti".
Ma Brin ha la risposta pronta anche per loro. Evidenzia come il CdA
dell'azienda stia lavorando con i governi autoritari, per convincerli
degli effetti negativi delle limitazioni delle libertà fondamentali.
Sottolinea le innovazioni anti-censura appena messe a punto da Google,
come l'avviso agli utenti che appare quando il risultato di
un'interrogazione è filtrata. Un metodo che è stato poi ripreso da
Baidu, il principale motore di ricerca cinese.
Per ora, i 150 milioni di navigatori cinesi dovranno accontentarsi di
un'informazione parziale. Il Grande Firewall, o la Grande Muraglia,
come è stata soprannominata, continua a filtrare concetti come
democrazia, libertà di stampa, diritti e pluralismo. I 30mila tecnici
al servizio del governo continuano il loro lavoro quotidiano.
Assistiti da raffinatissimi software che permettono di rintracciare,
filtrare, cancellare, modificare o bloccare informazioni ritenute
"sensibili", come la strage di piazza Tiananmen o l'invasione del
Tibet, un attimo prima che raggiungano gli schermi dei computer dei
cittadini. E c'è chi, come Google, gli dà una mano.
(13 Maggio 2008)