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VIETATO SPARLARE ANCHE ON LINE
Da la stampa del 22\04\2008.
NEWS
22/4/2008 - IL CASO
Ed ora, un po' di pubblicità
:Vietato sparlare, anche on line
La Cassazione: le mail che mettono in cattiva luce i colleghi
sono un reato
GIANLUCA NICOLETTI
ROMA
Sate attenti a sparlare dei colleghi via mail, ammonisce la
Cassazione. Chiunque nascosto dietro al monitor alludesse e
parlottasse, quindi affidasse alla tastiera veleni contro il
vicino di scrivania, rischia la querela.
Peccato, la posta elettronica aziendale in realtà ha questo
straordinario potere consolatorio. Il giro della maldicenza
può essere alimentato in maniera fulminea affidando
l'invettiva digitale in copia per tutti, meno naturalmente la
vittima di turno.
Adesso però non si può più, è sconsigliabile diffondere sulla
Rete interna di un'azienda il venticello della calunnia,
soprattutto quando l’interessato non è in indirizzo. Lo
spirito della sentenza si poggia sulla certezza che, prima o
poi, qualcuno dei confidenti girerà la mail calunniosa al
diretto interessato dalle chiacchiere digitali. Quindi il
reato è, a tutti gli effetti, paragonabile all'ingiuria, e chi
si sentisse offeso può querelare il collega che ha iniziato la
catena delle missive.
Forte di questa convinzione la Cassazione ha accolto il
ricorso di Amelia, impiegata di Bassano del Grappa. Qualcuno
dei colleghi aveva avuto da dire su una sua presunta
disinvoltura nell’usufruire dei congedi parentali.
La storia è banale: ovunque ci siano donne che debbano
conciliare lavoro e figli c'è sempre un collega acido che
rimprovera il loro scarso stakanovismo. Questa volta però
Gino, anziché farne argomento di discussione davanti alla
macchinetta del caffè, ha fatto lo sbaglio di criticare il
comportamento di Amelia in una mail: la collega aveva la
«sfacciataggine» di trascurare il lavoro dato che «abusava dei
congedi parentali».
Naturalmente Gino, nel suo zelo di difesa del rigore
professionale, aveva trascurato l'eventualità che qualcuno dei
destinatari dello sfogo si potesse prendere la briga di
stamparlo su carta e farlo scivolare nel cassetto di Amelia.
Lei, sentendosi offesa, ha querelato lo zelante Gino. Sia in
primo sia in secondo grado l'uomo era stato assolto perchè il
fatto non sussiste. Ma la Cassazione ha deciso di riaprire il
caso. Ora Gino rischia una condanna penale, oltre a dover
pagare un risarcimento ad Amelia.
Per i giudici «trattandosi d’ingiurie epistolari, anche se lo
scritto è stato inviato a persone diverse dall’offeso, il
delitto si perfeziona a condizione che l'agente, all'atto
dell’invio, abbia avuto indubbia consapevolezza che lo stesso
sarebbe stato comunicato all'offeso». Vale a dire che anche
una mail, considerata finora un messaggio etereo, quindi meno
compromettente di parole scritte su carta o pronunciate
direttamente, ha assunto un valore concreto. D'altronde lo
scambio di missive elettroniche è ormai entrato nell’uso
comune per un'infinità di categorie professionali, non si può
più pensare che circoli solo in ambiti ristretti e che la
diffusione dei suoi contenuti sia limitata.
Non solo dev’essere considerato un documento reale a tutti gli
effetti un messaggio di posta elettronica certificata, che dal
2004 per decreto del Consiglio dei ministri - proposto
dall’allora ministro all'Innovazione, Lucio Stanca - ha valore
legale a tutti gli effetti. Adesso anche una mail, scritta a
volte sopra pensiero, a volte quasi per gioco, potrebbe
diventare una prova di cui potremmo essere chiamati a
rispondere penalmente.